vasi, sottovasi, bonsai, hobby albicocco giapponese, prunus mume, bonsai, miniature, hobby, alberi Bonsai, specie, shohin, mame bonsai, stili, miniature, alberi esposizione, pinzatura, ficus, bonsai annaffiatura, potatura, ficus, bonsai defogliazione, concimazione, ficus, bonsai melograno, bonsai, alberi tag foto 9 bonsai, specie, olmo, ficus, melograno

gennaio 16, 2009

I primi passi: coltivare da semi, da talee ed altre tecniche

TORIKI - Piante ottenute da propaggine.
La propaggine è la tecnica di far sviluppare, radici da un ramo, mentre è ancora unito alla pianta madre.

Questo tipo di propagazione, anche se casuale è comune in natura. Questa forma di riproduzione, si estrinseca poi nei seguenti tipi:

Propaggine a capo gatto, propaggine semplice, Propaggine a serpentone, Propaggine cinese o margotta, Margotta su ceppo, Propaggine a trincea o di moltiplicazione, per ultima esiste una tecnica intermediacon la talea, questa pratica è particolarmente usata nella tecnica bonsaistica. Molti dei tipi di propaggine citati rivestono interesse unicamente industriale. Gli usi di questa tecnica, sono essenzialmente quattro:


1) - Propagazione di piante da frutto che si riproducono naturalmente con questo sistema.
2) - Riproduzione di piante di clone le cui talee non radicano facilmente.
3) - Riproduzione commerciale di piante di grosse dimensioni in breve periodo.
4)- Riproduzione di un piccolo numero di piante, abbastanza grandi, con il minimo d’attrezzatura possibile.
Quest'ultimo uso è quello che fa spesso prediligere tale tecnica dai bonsaisti che desiderano avere piante di forma ideale con brevi tempi di formazione. I limiti di questa tecnica sono di contro legati alla capacità delle varie specie di emettere radici avventizie dai rami e dal tronco. I fattori, che influenzano la moltiplicazione per propaggine, sono:

1) - La nutrizione. Essa è continua perché, la sezione da radicare è alimentata con acqua e sali minerali dallo xilema, che tutte le tecniche di propagginazione considerano sostanzialmente intatto per almeno i 2/3 del diametro della pianta.

2) - Il trattamento del fusto. Tale trattamento è quello che induce la formazione delle radici avventizie, esso è costituito da alcune manipolazioni queste hanno lo scopo di interrompere parzialmente, o totalmente il trasporto delle molecole organiche verso il basso. Queste sostanze, (carboidrati, auxine, ed altri ormoni di crescita), si accumulano nei punti immediatamente a monte degli interventi, ove si ha la formazione di un callo cicatriziale con conseguente emissione di radici. L'area d’origine delle iniziali radicali si ha nella zona di separazione tra il cambio ed il floema (libro).

La sezione da radicare necessita secondo la facilità ad emettere radici avventizie, di essere piegata a "V" stretta, o, strozzate con filo di ferro, o parzialmente rotta, intaccata od anulata, le ultime tre possibilità scopre ndo la zona d’emissione radicale, facilita no la produzione di queste strutture per evitare una rapida cica trizzazione.

Nel caso d’intaccature occorre inserire tra le labbra del taglio un elemento d’interposizione, nel caso d’anellatura occorre invece raschiare completamente i residui cambiali dopo aver asportato la corteccia.

3) - Esclusione della luce. Eliminare la luce dalla zona in cui devono formarsi le radici (iniziali radic ali) è condizione comune a tutte le metodologie di propagginazione. Le tecniche d’esclusione della luce sono essenzialmente due:
l'imbiancamento e l'eziolatura.
Il primo metodo si attua quando il fusto esistente è mascherato con sostanze opache alla luce nella zona di radicamento.
Il secondo si attua durante lo sviluppo del fusto in assenza o riduzione della luce.
L'applicazione di questi due metodi è il presupposto del successo della propaggine nella ma ggior, parte dei casi riguardanti alberi con scarsa attitudine al radicamento.

5) - Condizioni fisiologiche della pianta. Molto spesso il risultato corretto della propaggine è associato ai periodi vegetativi della pianta, in particolare alcune specie radicano più facilmente quanto maggiore è il trasporto dei carboidrati e degli ormoni verso le radici al termine del periodo vegetativo.

Le parti giovani delle piante hanno più facilità a radicare, quindi vanno usate le parti apicali dei rami o quelle ringiovanite da pratiche di potatura.
Si adattano alla propagginazione, tutte le tecniche di radicamento che si usano nella tecnica della talea.

La formazione di radici, dipende poi dal mantenimento dell'umidità, dalla buona aerazione del substrato dalla temperatura moderata del medesimo. Tra i tipi di propaggine già citati hanno interesse bonsaistico, la propaggine semplice, la propaggine cinese (margotta), la margotta - talea; esa miniamo nel dettaglio ogni singola tipologia.

a) - PROPAGGINE .SEMPLICE
Questa tipologia si attua su branche di un anno a riposo. Si scelgono branche basse, flessibili, facili ad essere piegate nel terreno. All'inizio della primavera o nel tardo autunno quando la pianta è a riposo si effettua una prima piegatura verso terra, una seconda piegatura è effettuata a breve distanza dall'apice del ramo da propagginare, questo è poi fissato nel terreno con pioli, o cavalletti di filo metallico rivestito.

E’ bene procurare ferite, intaccature, anulazioni, o strozzature, queste stimoleranno l'emissione di radici.
Questa tecnica può essere applicata anche ad alberi coltivati in vaso, le branche basali trattate saranno interrate in vasi diversi dal contenitore della pianta madre.
Le propaggini semplici fatte in primavera, di solito emettono una sufficiente quantità di radici già nel primo anno di coltivazione, possono quindi essere rimosse sia in autunno sia nella primavera success iva, è utile asportare le propaggini quando le piante sono in riposo vegetativo. Le propaggini operate in estate, sono rimosse nella primavera successiva, sempre prima della ripresa vegetativa; meglio ancora se si possono lasciare collegate alla pianta madre fino al termine dell'autunno successivo.

Tutte le propaggini separate vanno trattate come le talee radicate.
b) - PROPAGGINE CINESE (MARGOTTA). E' una tecnica attuata su piante adulte d'alto fusto, si può praticare su piante coltivate all'aperto in piena terra, ed in zone non basali dell 'albero, la margotta, deve essere protetta con pellicola di polietilene. Più il legno su cui si applica questa tecnica è vecchio minore è la produzione di radici. Le piante prodotte, di maggior mole, si curano con maggior difficoltà dopo il radicamento.

La presenza di foglie attive sulle branche aumenta la formazione di radici. La margotta si esegue durante il periodo vegetativo e comunque dopo lo sviluppo di un sufficiente numero di foglie.
Vi sono alcune procedure per eseguire la margotta, ognuna ha un suo preciso campo d’impiego esse sono: l'intaccatura, l'anulazione, l'anulazione leggera più legatura.

L'intaccatura si usa su piante di facile radicamento, quali il ficus. L'anulazione si usa su piante con poca disponibilità al radicamento, o con corteccia fortemente fessurata. L'anulazione leggera con legatura si usa su alberi a crescita molto rapida e con corteccia liscia e discreta capacità al radicamento, ad esempio gli aceri.

1) - Intaccatura - Si pratica un taglio obliquo di circa 1/3 del diametro del la branca interessata. Le due superfici del taglio vanno separate con una lastrina metallica, ad esempio rame od alluminio, si prestano bene i fogli d’alluminio che servono per impacchettare i surgelati, in alternativa si possono usare pezzi di polietilene, vinile oppure interporre un frammento di legno o dello sfagno.

Nell'intaccatura è bene applicare dell'ormone radicante al 4% d’IBA in talco. il substrato di radicamento inoltre non dovrà essere troppo inzuppato d'acqua per non causare marciume all'incisione, attorno all'incisione così preparata va sistemato il substrato di radicamento (sfagno umidificato con una soluzione di benomil o capta no), questo, strizzato, dovrà formare, attorno alla branca, una palla di almeno tre volte il diametro di questa.

Attorno allo sfagno è legato con cura un foglio di polietilene largo 20 - 25 cm., in modo che il substrato sia completamente coperto. I lembi del foglio vanno ripiegati tra loro in modo che l'acqua d’annaffiatura non vada ad infradiciare lo sfagno. anche le pa rti terminali devono essere attorcigliate e chiuse con legaccini da fioraio, per lo stesso motivo. E' meglio rivestire il tutto con carta stagnola affi nché la luce non interferisca con il processo di radicamento, in alcune specie vegetali quali i ficus, la formazione di radici avviene anche alla luce, è consigliabile in ogni caso l'oscuramento per evitare che all'interno del substrato si sviluppino alghe che possono compromettere il buon esito del nostro lavoro.

Il momento, per togliere la margotta dalla pianta madre, si stabilisce osservando la formazione di radici attraverso la plastica trasparente dopo aver rimosso la stagnola. Il radicamento avviene, di norma, in due o tre mesi, anche se in molti casi occorre più tempo. E' bene che le margotte fatte in primavera non siano rimosse prima che la pianta vada a riposo. Le margotte di alcune specie quali: l'ilex agrifoglio, l'ilex serrata, la siringa vulgaris, l'azalea, il rododendro, la magnolia stellata, il liliodendron, le querce, i faggi, dovrebbero essere lasciate unite alla pianta madre per due anni, anche in questo caso le margotte vanno asportate quando non sono in fase attiva di vegetazione.

E' consigliabile sulle margotte di recente asportazione effettuare una decisa potatura della chioma in modo da allineare questa all'espansione delle radici.

2) - Anulazione - si praticano due incisioni parallele nella corteccia distanti tra loro circa 1,5 cm., indi si asporta la sezione di corteccia separata dai tagli. Con la stessa lama usata per eseguire i tagli si raschia il tessuto cambiale messo a nudo. Sulla parte superiore dell'incisione è bene applicare con l'aiuto di un pennellino a setole morbide dell’IBA al 4%, quindi si eseguono le stesse operazioni indicate al paragrafo "intaccatura".

3) - Anulazione leggera con legatura - Si praticano le incisioni come al punto "2" avendo però
l'avvertenza di tenerle distanziate quel tanto che permetta di inserire tra i tagli un filo d’alluminio di quelli usati per il posizionamento dei rami. Praticate le incisioni si dovranno asportare i residui del cambio come per la metodologia precedente quindi applicare il fito-radicante sul taglio superiore.

Il filo d’alluminio andrà inserito nell'incisione e legato attorcigliandone le estremità con una pinza questa operazione dovrà chiudere il filo in modo che si formi un anello estremamente teso. Terminata questa legatura si eseguono le stesse operazioni indicate per le due tecniche precedentemente descritte.

Quando le margotte radicate saranno invasate, accorrerà mantenerle per un certo periodo in ambiente fresco ed umido. A tal fine i vasi contenenti le margotte possono essere chiuse in sacchi di polietilene trasparente e mantenuti all'ombra.

Se l'operazione d’asportazione è compiuta in autunno, il sistema radicale, purché la temperatura cui è mantenuto durante l'inverno sia sufficiente alta da permetterne l'attività vegetativa, può estendersi tanto da permettere una buona ripresa vegetativa all'aperto nella successiva primavera. Il sistema che da comunque i migliori risultati d’attecchimento delle margotte espiantate è quello di mantenerle per alcune settimane sotto mist prima di metterle all'aperto.
c) - LA MARGOTTA – TALEA E' un sistema misto tra la propaggine cinese e la talea classica. Si
applica a quelle piante che pur producendo facilmente il callo cicatriziale, per un eccessivo apporto e ristagno di carboidrati sul lembo superiore dell'anellatura si induriscono impedendo ai primordi radicali di svilupparsi in iniziali radicali. la tecnica consiste nell'asportare la parte di branca margottata appena questa ha prodotto il callo cicatriziale e quindi trattarla come se fosse una talea, tecnica questa che sarà affrontata nel capitolo seguente.

Nella pratica bonsai la margotta è particolarmente usata perché presenta rispetto alle altre tecniche di riproduzione i seguenti vantaggi:
a) ridurre l'altezza di un albero troppo alto;
b) recuperare da un bel ramo sproporzionato un secondo bonsai;
c) recuperare la parte alta di un albero ben impostato a fronte di una parte bassa spoglia e mal andata;
d) ricavare più alberi da una sola pianta;
e) ottenere un bonsai già relativamente strutturato in breve tempo;
f) ottenere da alberi di grosse dimensioni per stili particolari.

SASHIKI - Piante ottenute per talea.
Talea è la tecnica di propagare vegetali stimolando la formazione di radici avventizie su parti asportate dalla pianta madre. La talea può essere ottenuta da ramo, da gemma con foglia, da radice e da foglia.

Nella talea di ramo e di gemma con foglia la nuova pianta deve formare solo un sistema radicale
avventizio, in quella di radice deve produrre una nuova struttura (chioma) più l'estensione della parte radicale già esistente, in quella di foglia deve rigenerare la parte aerea e quella radicale. La capacità di rigenerare l'intera struttura di una pianta, caratteristica di quasi tutte le cellule vegetali dipende da due fondamentali caratteristiche, la TOTIPOTENZA e la DEDIFFERENZIAZIONE

BASI FISIOLOGICHE DELLA PROPAGGINE PER TALEA
In alcune specie di piante le radici avventizie si formano spontaneamente. Esse possono poi essere di due tipi: radici preformate, radici da ferita. Quelle preformate si sviluppano naturalmente su i rami delle piante emergendo anche quando questi non siano staccati dall’albero; quelle da ferita si sviluppano solo dopo che si è staccata la talea dal resto della pianta.

Tecnica taleale:
Il taglio che si pratica sulla talea danneggia le cellule vegetali, il tessuto xilematico è aperto ed esposto, nella successiva cicatrizzazione e rigenerazione dei tessuti si verificano tre fasi:
1°FASE, le cellule superficiali danneggiate muoiono, si forma una placca necrotica che ricopre la ferita con materiale suberoso (suberino) ed occlude lo xilema con gomma. Questa placca protegge le superfici tagliate dal disseccamento.

2°FASE, le cellule vive sotto la placca protettiva dopo alcuni giorni cominciano a dividersi ed a formare uno strato di cellule parenchimatiche (callo).
3°FASE, alcune cellule situate tra il cambio vascolare ed il floema cominciano a formare radici
avve ntizie, questa fase si chiama rizogenesi e a sua volta si articola in quattro momenti:

1) la dedifferenziazione;
2) la formazione delle iniziali radicali;
3) lo sviluppo delle iniziali radicali;
4) l'accrescimento dei primordi radicali.
La dedifferenziazione - Alcune cellule specifiche, mature, si dedifferenziano in cellule meristermatiche predisponendosi a sviluppare nuovi punti d’accrescimento.

La formazione delle iniziali radicali - Le cellule meristematiche più prossime ai fasci vascolari danno origine alla formazione delle iniziali radicali.

Lo sviluppo delle iniziali radicali - Le iniziali radicali si sviluppano in primordi di radice organizzata.

L'accrescimento dei primordi radicali - I primordi radicali si accrescono ed emergono all'esterno
attraverso il tessuto del fusto, indi si formano le connessioni vascolari tra questi ed i tessuti conduttori della talea.

Nelle talee legnose di piante perenni le radici avventizie di norma hanno origine da cellule vive del parenchima (floema secondario giovane), ma a volte altri sono i tessuti originari, ad esempio, tessuti dei raggi midollari, del cambio, del midollo, o dal floema primario.

Il callo che nelle talee si forma sul taglio, non è necessario allo sviluppo delle radici, anche se in alcune specie esso pare sia il precursore della formazione di radici avventizie.
E' provato che il Ph del mezzo di radicamento influenza il tipo di callo prodotto, questo a sua volta può influenzare l'emergenza delle radici da poco formate.
Un substrato relativamente acido produce nella maggior parte delle specie calli voluminosi e morbidi che permettono un facile radicamento. Substrati basici o molto basici producono calli con struttura calcarea, cellule piccole, ammassate, dunque consistenti, queste talee pur presentando primordi radicali ben formati nel callo non producono radici.

Facilità di radicamento - scelta dei materiali.
La presenza di un anello sclerenchimatico (cellule dure) nella zona di formazione delle iniziali radicali, salvo innumerevoli eccezioni, può costituire una barriera insormontabile al radicamento. Incisioni lungo la periferia del ramo di talea creando una discontinuità nell'anello di cellule dure ripristinano la facilità a radicare.

Nelle talee radicali la formazione di radici avventizie non è garanzia di produzione dei primordi
gemmari, allo stesso modo la formazione di germogli avventizi non necessariamente è garanzia di produzione di radici, in entra mbi questi casi la talea finisce per morire.

Le talee sono condizionate nel radicamento dal rispetto della polarità della parte che si usa. La polarità di un ramo è definita dal verso che collega la parte prossimale più vicina alla base del fusto con quella distale vicino all'apice, quella della radice è inversa alla polarità delle parti aeree. La presenza di foglie sulla talea produce un forte stimolo al radicamento.

Nella tecnica bonsaistica, il tempo che intercorre tra la produzione di una talea radicata ed il
raggiungimento di dimensioni sufficienti ad impostare l'albero è piuttosto lungo, quindi questa tecnica è usata quasi esclusivamente per riprodurre specie per cui non siano possibili altre opzioni riproduttive.

Materiali.
Molte piante radicano facilmente per talea anche se spesso l'età può interferire in modo negativo sull'emissione di radici avventizie, ciò a causa della produzione negli stadi maturi di sostanze inibitrici che bloccano questa tendenza.

Le specie arboree, cespugliose, o sarmentose, da cui si possono ottenere talee sono:
Abies fraseri Corniolo Pino mugo
Acacia spp. Chaenomeles Pino radiata
Acero spp. Cotoneaster Pino di Norfolk
Agrifoglio Criptomeria Platano
A. dei tulipani Deutzia Plumbago
A. della nebbia Eleagnus Podocarpo
A. di giuda Evonimo Piracantha
Albizia (R) Gardenia Quercia (risultati scarsi)
Azalea Gelso Rododendro
Berbereis Gelsomino Rosa polianta
Betulla spp. Ginepro Rosmarino
Bosso Ginkgo Salice
Buganvillea Ibisco Sequoia sempervirens
Calluna Lagerstroemia Sequoia giganteum
Camelia Larice Spirea
Canfora Liquidambar Tasso
Caprifoglio Magnolia Thuia
Cedro Metasequoia Tsuga
Celtis spp. Olivo Weigelia
Chameciparis Olmo Wisteria
Cipresso Pero

Ognuna delle piante sopra elencate sono poi condizionate nella facilità a radicare dai seguenti fattori:
- Condizioni fisiologiche delle piante madri.- Età delle piante madri (meglio la fase giovanile). - Tipi di rami scelti. - Presenza di virosi. - Epoca del prelievo.- Fitoregolatori. - Nutrimento.- Fungicidi. -
Intaccatura del materiale. - Condizioni idriche. - Lunghezza del giorno. - Quantità della luce. - Substrato di radicamento. Per la produzione amatoriale delle talee, poiché la percentuale di radicamento può anche essere relativamente basse, i fattori da tenere in maggior conto sono limitati alla:
- Epoca del prelievo;
- Fitoregolatori e fungicidi;
- Umidità ambientale;
- Substrato;

EPOCA DEL PRELIEVO.
Le talee di piante caducifoglie, se legnose, è bene prelevarle nel periodo di riposo, quelle semilegnose durante il periodo vegetativo.

Il periodo migliore per i ficus è la primavera - estate quando l'attività cambiale è massima. Le azalee a foglia caduca, radicano prontamente se prelevate all'inizio della primavera. Per alcune piante il radicamento avviene anche durante il riposo invernale.

FITOREGOLATORE E FUNGICIDI.
I fitoregolatori più usati sono:
L'acido Beta indol-acetico (IAA);
L'acido Gamma indol-3butirrico (IBA);
L'acido Alfa naftalenacetico (NAA);
L'acido 2,4- Diclorofenossiacetico (2,4D).

Questi prodotti rientrano nel gruppo delle auxine sintetiche e vanno applicate sulla parte basale della talea, a volte per facilitare la produzione di gemme avventizie, che stimola ulteriormente la tendenza alla produzione di radici, si possono trattare le talee con citochinine ( CHINETINE, BA o PBA ).

Ogni applicazione di fitormoni va sempre integrato dal trattamento con anticrittogamici ( captano o benomil ) i fitormoni venduti in commercio sono già associati ad anticrittogamici dispersi nel talco.

UMIDITA' AMBIENTALE.
Si è già precisato che la formazione di radici avventizie, è tra le altre cose, stimolato dalla presenza di gemme e foglie. Infatti, queste proseguendo la funzione clorofilliana apportano alla pianta i carboidrati che risultano tra i co-fattori della radicazione, (è accertato che anche le talee più difficili, radicano con maggior facilità quanto più è basso il rapporto azoto/carboidrati ).

E' noto che le funzioni vitali delle piante è strettamente connessa alla capacità di queste di assimilare acqua, quando l'assorbimento di questo composto è scarso o manca del tutto, le funzioni vitali rallentano fino a cessare del tutto con la conseguente morte dell'albero.

L'assorbimento avviene prioritariamente attraverso l'apparato radicale ed in parte attraverso il sistema fogliare. Nelle talee, in cui l'apparato radicale è assente, l'assorbimento idrico deve avvenire solo attraverso le foglie che per la loro localizzazione possono assorbire ovviamente solo l'acqua che si trova nell'atmosfera sotto forma d’umidità (vapor d'acqua). A livello industriale le talee ottenute in ambiente protetto, sono mantenute umide con il "mist”, ( tecnica d’irrorazione meccanica che mantiene un velo d'acqua sulle foglie).

A livello amatoriale, questa tecnica può essere sostituita da un ambiente in cui l'umidità prodotta
dall'evaporazione del substrato non può disperdersi nell'aria, ciò si può ottenere mantenendo le talee chiuse in sacchi di polietilene a tenuta d'aria. Le talee così confezionate devono essere mantenute in ambiente fresco anche se luminoso, i sacchi di polietilene non devono mai essere esposti anche per brevi periodi ai raggi solari.

KABUVAKE - Piante ottenute per separazione di radici.
Si prestano all’applicazione di questa tecnica, quelle specie che hanno la tendenza a sviluppare polloni radicali, od a presentare un portamento cespuglioso con parecchi fusti emergenti da una stessa radice.

Sono predisposte ad essere moltiplicate per separazioni di radici alcune specie di Rhus, il Gelso, alcune Betulle, i Cotogni, il Chaenomeles, alcune specie di Mognolie, le Gardenie, i Rododendri, le Azalee, alcuni Eleagnus, l'Akebia, il Melograno.

Questa tecnica, come le altre di tipo agamico, mantiene le caratteristiche della pianta madre, ed il materiale ottenuto presenta uno sviluppo più rapido delle piante ottenute da seme inoltre la tecnica della separazione di radice proprio per queste caratteristiche permette di anticipare l'educazione del bonsai in tempi ristretti, infatti, quando la separazione avviene la pianta ha già raggiunto uno sviluppo sufficiente da evidenziare le caratteristiche del futuro bonsai.

La separazione di radice si applica prima che appaiano i germogli in primavera. Essa va poi applicata, in modo differente, a seconda che occorra staccare da una pianta adulta dei polloni radicali o che da un’essenza a portamento cespuglioso si vogliano ottenere più pianticelle.

A) Separazione di polloni radicali.
Per asportare polloni radicali dalla base d’alberi in piena terra, occorre scoprire i medesimi dal terreno che li ricopre scavando attorno alla pianta con una zappetta, ed avendo cura di non rovinare con l'attrezzo le radici capillari del pollone. Va da se che occorrerà separare dalla pianta madre solo quel materiale che abbia una buona distribuzione di rami ed una relativa conicità in riferimento all'altezza complessiva dell'albero.

Rispettate le norme di cui sopra si taglia con una sega, l'arbusto, nel punto d’unione alla pianta madre.

B) Pianticelle ottenute per divisione d’essenze cespugliose.
Queste pianticelle perenni si possono presentare come una serie a volte numerosa di piccoli fusti che partono da un unico ceppo. Occorre estirpare le piante con una vanga, evitando che nell'asportazione il pane radicale sia eccessivamente ridotto. La pianta estirpata dovrà essere ripulita dalla terra, in modo che tutto l'apparato radicale sia messo a nudo, quindi con forbici da potatura ben affilate si suddividono le pianticelle in rapporto al loro grado di sviluppo che i vari fusti presentano.

In entrambi i procedimenti occorre medicare i tagli praticati nella separazione con mastici addizionati ad anticrittogamici specifici contro il marciume. Le piante separate devono essere potate in modo da eliminare i rami inutili o mal posizionati quindi andranno poste in vasi da coltivazione seguendo la stessa tecnica già proposta per le piante raccolte in natura.

TSUGIKI- Pianta ottenuta per innesto.
L'attuazione di quest’antichissima tecnica si colloca ai primordi dei tempi storici. Essa nasce
probabilmente come applicazione della capacità, osservata in natura, che certe piante hanno di saldare tra loro parti del vegetale che casualmente sono accostate forzatamente tra loro. Di certo si sa che in Cina verso il 1000 a.C., questa pratica era considerata un’arte. In occidente, Aristotele (384 - 322 a. C.) illustrò questa tecnica agronomica con specifica conoscenza dell'argomento.

Altrettanta conoscenza dell'innesto avevano i giardinieri romani, ciò è confermato dalla cospicua letteratura in materia trama ndataci. La riscoperta di questa letteratura in periodo rinascimentale, divenne patrimonio comune dell'intera cultura agronomica europea. Nel diciannovesimo secolo, i botanici iniziarono un’analisi sperimentale della tecnica descrivendola in modo molto simile a quella attualmente adottata.

Pur non dando nella tecnica bonsaistica risultati particolarmente armoniosi, e garantendo una ridotta longevità del materiale ottenuto, l'innesto per alcune sue particolarità, è molto utile nella formazione dell'araki.

L'innesto è l'arte di unire insieme due parti distinte di tessuto di una o più piante per formarne un’unica.

Nell'innesto vanno distinte:
La "marza " (o gentile, o nesto); questa è la parte di pianta che originerà la chioma dell'albero.
Il " portainnesto " (o soggetto); questo è la parte di pianta che originerà il sistema radicale.
I principali motivi che inducono i maestri bonsaisti ad usare l'innesto sono:
a) - la possibilità di usufruire dei benefici di alcuni portainnesti;
b) - la creazione di forme speciali in piante adulte;
c) - la reintegrazione di parti di piante danneggiate o mancanti;
d) - la produzione di varietà che non sono ottenibili con altre tecniche di moltiplicazione asessuata.

Come abbiamo citato nella premessa esistono casi d’innesti naturali; è, infatti, possibile osservare due rami che per essere rimasti pressati l'un contro l'altro per lungo tempo tra di loro, si sono innestati naturalmente.

Un esempio classico d’innesto aereo è rappresentato dall'Hedera helix, anche se più significativi sono gli innesti naturali ipogei tra radici. In questi casi l'innesto avviene normalmente tra specie eguali o simili, a volte può succedere che alberi in cattive condizioni di salute sopravvivano per innesto tra radici con un albero contiguo della stessa specie, negli innesti tra radici aeree si è potuto verificare che il loro primo contatto è dato dalla fusione dei peli radicali.

La buona riuscita di un innesto artificiale avviene in conseguenza della guarigione delle ferite di questa pratica.


BASI FISIOLOGICHE DELLA PROPAGAZIONE PER INNESTO.
La sequenza che porta alla cicatrizzazione dell'innesto avviene secondo la seguente cadenza:
1)- il tessuto meristematico della "marza" appena prelevato è messo in stretto ed ininterrotto contatto con il tessuto corrispondente del " soggetto", anch'esso appena tagliato, facendo in modo che le regioni cambiali delle due parti siano il più possibile prossime tra loro. Le condizioni di temperatura ed umidità,
devono essere le più adatte a stimolare l'attività vegetativa delle cellule esposte e di quelle che le
circondano.

2) - inizia la produzione di cellule parenchimatiche da parte delle cellule più esterne delle regioni
cambiali della marza e del soggetto che in breve tempo verranno a congiungersi ed a saldarsi tra loro creando il tessuto calloso,

3) - alcune delle cellule dei calli cicatriziali prossime alle regioni cambiali delle due parti dell'innesto si dedifferenzieranno a loro volta in cellule cambiali interconnesse.
4) - le nuove cellule cambiali produrranno nuovo tessuto vascolare ( xilema all'interno e floema
all'esterno ), è a questo punto che le connessioni vascolari tra marza e soggetto saranno ricostituite, determinando la riuscita dell'innesto.

La saldatura degli innesti è poi condizionata dai seguenti fattori:
L'incompatibilità, - La specie delle piante, - Le condizioni ambientali, - L'attività vegetativa del
portainnesto, - La tecnica di moltiplicazione, - le possibili infezioni, - L'uso di sostanze di crescita.

L'INCOMPATIBILITA’.
Il risultato dell'incompatibilità è la completa o scarsa percentuale d’attecchimento. (a volte
l'incompatibilità si dimostra in tempi relativamente lunghi dopo un iniziale risultato soddisfacente).

LA SPECIE DELLE PIANTE USATA.
Alcune piante sono particolarmente difficili da innestare, anche se non presentano incompatibilità
piante difficili sono il noce nero, la quercia, il faggio. Il melo ed il pero hanno un’altissima percentuale d’attecchimento anche in presenza di tecniche rozze di manipolazione, non così avviene per le drupacee, il pesco è più facile da innestare su specie affini compatibili che sugli individui della sua stessa specie. A volte la percentuale di riuscita aumenta a seconda del metodo scelto ( a marza o a gemma ), in alcuni casi l'innesto è così difficoltoso da consigliare la tecnica per approssimazione tra piante della stessa specie, in questo metodo il permanere delle due piante sulle loro stesse radici facilita l'attecchimento.

LE CONDIZIONI AMBIENTALI.
La formazione del callo come nelle talee richiede di particolari condizioni ambientali, i parametri delle quali sono: la temperatura, l'umidità, l'ossigeno, la luce.
La temperatura: - in quasi tutte le specie vegetali, la massima produzione di callo cicatriziale si ha tra i 4° ed i 32°C., il tasso di sviluppo aumenta proporzionalmente con la temperatura anche se negli innesti in pieno campo temperature relativamente basse, 15° - 20° C. garantiscono un innalzamento della percentuale d’attecchimento.

L'umidità. - le cellule parenchimatiche del callo hanno bisogno d’umidità per sopravvivere, l'effetto dell'umidità sulla saldatura stimola la produzione del callo di sutura. Per ovviare alla perdita d’umidità nelle sezioni dell'innesto si usa paraffinare il punto d’intervento.

Gli innesti di radice che non possono essere paraffinati, sono avvolti in materiali umidi, quali torba o sfagno bagnati, questi oltre che assicurare la necessaria umidità, garantiscono una buon’aerazione.

L'ossigeno. - serve alla produzione del callo di saldatura e ciò dipende dal fatto che la forte
proliferazione del parenchima dovuto alla divisione cellulare, è accompagnata da un'intensa respirazione con conseguente consumo d’ossigeno.

In alcune piante la necessità d’ossigeno è essenziale alla formazione del callo al punto di sconsigliare la paraffinatura degli innesti.


La luce. - spesso la luce inibisce la formazione del callo (es. Prunus serotina ) quindi è consigliabile
oscurare la zona d’innesto con apposite schermature. La mascheratura delle incisioni può risultare utile anche quando l'innesto necessita di temperature relativamente basse, in questi casi è consigliabile avvolgere l'innesto con un frammento di carta riflettente d’alluminio.

L'ATTIVITA' VEGETATIVA DEL PORTAINNESTO.
In alcuni metodi d’innesto, come quello a T o quello a corona, è necessario che la corteccia "dia la buccia ".Questo modo di dire tecnico indica un particolare stadio dell'attività cambiale che permette alla corteccia di staccarsi facilmente dalla parte legnosa. In primavera il risveglio delle gemme determina l'inizio dell'attività cambiale, infatti, la produzione d’auxine e delle gibberelline prodotte dalle gemme passa da queste al fusto.

La produzione del callo, essenziale per l'attecchimento dell'innesto, è maggiore nel periodo a cavallo della germogliazione primaverile, riducendosi poi nel periodo estate - autunno, sarà poi verso la fine dell'inverno che si verificheranno altre condizioni che faciliteranno la proliferazione del callo cicatriziale, anche se questo fatto non è legato all'attività vegetativa delle gemme, questo è il periodo migliore per innestare le conifere.

Gli innesti vanno evitati in primavera per tutte quelle specie che presentano un altissima pressione radicale, queste in presenza di lesioni dimostrano il fenomeno del "pianto " ( travaso di linfa ), gli innesti in queste condizioni non si saldano adeguatamente.

Sui faggi, betulle, aceri conservati in vaso, occorre prima di operare l’innesto primaverile conservarli al fresco con ridotte annaffiature fino a che il "pianto" non cessi. Per i ginepri ed i rododendri, occorre intervenire con l'innestatura solo dopo che sono mantenuti ad una temperatura di 15° - 18° C. per almeno quattro settimane, dopo di che il soggetto è fisiologicamente attivo per saldare la marza.

Su portainnesti superattivi od inattivi, occorre praticare innesti laterali senza che la cima del portainnesti
sia rimossa, lo sarà ad innesto saldato. Nel caso in cui la pianta non è eccessivamente né
insufficientemente attiva, i migliori risultati si hanno rimuovendo la parte superiore del soggetto.

LE TECNICHE DI MOLTIPLICAZIONE.
Talvolta la tecnica d’innesto è talmente approssimativa e scadente che le regioni cambiali, delle parti da innestare, vengono a contatto per porzioni talmente esigue da essere insufficienti all'attecchimento. In altri casi anche se l'attecchimento si realizza, il ponte vascolare che si viene a formare sarà insufficiente a garantire la sopravvivenza del "gentile ". Altri errori tecnici sono la scarsa o tardiva paraffinatura, i tagli irregolari, l'uso di marze appassite.

INFEZIONI VIRALI, DA INSETTI, E CRITTOGAME.
Spesso le difficoltà d’attecchimento derivano dal fatto che il materiale scelto è affetto da virosi, da parassiti animali, che possono cibarsi del callo cicatriziale, l'uso d’attrezzi sporchi può poi essere la causa infettante delle incisioni d'innesto da parte delle crittogame. E' sempre consigliabile disinfettare gli attrezzi con prodotti specifici ed irrorare con anticrittogamici i punti d’incisione e le successive saldature. Spesso è consigliabile irrorare gli alberi da cui si prelevano le marze, e gli alberelli usati come portainnesti prima dell'operazione d’innesto con prodotti a base di rame.


Ricerca personalizzata



Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:

A proposito dell'autore: Fausto Baccino

Un bonsai non è semplicemente una pianta. È una filosofia, un simbolo d’armonica condivisione con la natura. È un essere vivente sul quale vanno riversate tante attenzioni. Alcuni ritengono che per curarne uno sia necessario essere sereni con se stessi, in armonia con la natura.

0 commenti:

Posta un commento

I miei preferiti su Instagram

Hobby Bonsai in Facebook

Segnala Feed Aggregatore Blog Italiani Subscribe using FreeMyFeed follow us in feedly

Hobby Bonsai in Twitter

Hobby Bonsai in Pinterest

Copyright © Hobby Bonsai™

Blogger Templates By Templatezy & Copy Blogger Themes