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agosto 09, 2008

Bonsai è l'arte di creare miniature di alberi.

Posted By: Fausto Baccino - agosto 09, 2008
Bonsai è l'arte di creare miniature di alberi, coltivandoli per anni in un piccolo vaso.

Con questa particolare tecnica si guida infatti del materiale vegetale ad assumere forme e dimensioni volute, pur rispettandone completamente l'equilibrio vegetativo e funzionale.

La storia del bonsai.

Il termine "bonsai" è giapponese ed è costituito dai due ideogrammi 盆栽: il primo significa vassoiocontenitore (bon), mentre il secondo (sai) significa educare e, in senso lato, il coltivare.

Questi alberi in vaso possono essere paragonati a normali piante che sono state "semplicemente" coltivate in maniera migliore, ovvero con cure ed attenzioni di cui generalmente altre piante non necessitano. Per rendere la pianta nel suo complesso più forte ed adatta a sopravvivere in spazi ristretti, si procede alla potatura delle radici fittonanti (quelle che penetrano in profondità nel terreno), al rinvaso periodico e ad adeguate potature dei rami.
 
I bonsai, sia come senso estetico naturale sia come la filosofia orientale suggerisce, devono seguire degli stili ben precisi accomunati dalla conicità del tronco, dalla dimensione ridotta delle foglie e soprattutto dalla naturalezza della pianta stessa, che nel suo insieme (vaso compreso) ha lo scopo di riprodurre la natura in piccole dimensioni.

È sbagliato pensare che i bonsai soffrano nei vasi: è solo un'impressione che si ha, a causa delle forme spesso contorte o delle parti di legno secco create appositamente per dare un effetto di vetustà alla pianta. Così come si accetta l'intervento sugli alberi da frutto per ottenerne più cibo possibile, si dovrebbe accettare in egual maniera l'intervento su piante per renderle bonsai, dove si nutre lo spirito del coltivatore e non il suo corpo.


Cos'è un bonsai

Forse non esiste altra nazione in cui il reciproco influsso fra uomo e paesaggio, sia negli spazi offerti dalla natura sia nei diversi periodi storici, possa essere dimostrato in modo così ampio come in Giappone.

Il giapponese, al contrario dell'europeo che ama il sole e la luce del giorno, preferisce i momenti determinati dal crepuscolo, la penombra, la nebbia che avvolge le cose. Il giapponese si sente nella natura uomo piccolo e insignificante, in un paesaggio dal quale si sente completamente dominato. Questo dimostra come l'influsso reciproco fra paesaggio ed uomo possa avere un significato diametralmente opposto.

L'amore assoluto per la natura è dimostrato dai giapponesi anche nei particolari architettonici: le pareti scorrevoli della casa danno la possibilità di fare apparire gli scorci particolarmente belli del giardino. Rendono l'osservatore consapevole delle varie fasi del giorno e del mutare delle stagioni.
Il bonsai è una rappresentazione della natura, il paesaggio influenza il bonsai. Per questo, e non soltanto per questo, il bonsai è un hobby che va preso con serietà e praticato, per quanto possibile, con costanza ed una certa applicazione. Il bonsai si colloca in un contesto ampio che va di pari passo con l'amore per la natura, al di là di un mero fatto di mode. Un bonsai dovrebbe trasmettere il concetto di spazio, di tempo, di bello.

La tecnica bonsai è nata in Cina e perfezionata in Giappone ed è legata a quello che gli Orientali chiamano seishi: l'arte di dare una forma, di coltivare, il praticare le tecniche più svariate sempre nel rispetto della pianta. I bonsai sono dunque natura viva, piccoli alberi che malgrado le dimensioni contenute esprimono tutta l'energia che è racchiusa in una pianta grande.

Il bonsai non ha soltanto la naturale bellezza che possiede ogni albero, ma il suo aspetto richiama all'osservatore qualcosa di più della pianta in sé: lo scorcio di una foresta, una scena della natura, un maestoso albero solitario, un paesaggio marino, un ruscello, uno stagno.

Gli orientali definiscono il bonsai come l'unione della natura con l'arte, così come il Teatro Nōh e la danza classica sono per i giapponesi la sintesi di musica e storia. A differenza dell' ikebana, l'arte di comporre i fiori, il bonsai non si può insegnare con formule esatte o regole matematiche, ma con i comuni principi di botanica e senso estetico.

Per esigenze didattiche i maestri giapponesi hanno stabilito regole e principi di bellezza che hanno permesso ai neofiti di seguire un percorso preciso e facilitato per creare un bonsai. Da questo percorso bisogna uscirne attraverso le esperienze e la maturità che il tempo certamente darà a chi fa bonsai con costanza, serietà e impegno: allora le nozioni di base acquisite saranno elaborate e la creatività avrà il suo spazio.

Come valutare un Bonsai

Per valutare un bonsai si devono prendere in considerazione i cinque punti fondamentali attraverso i quali si esprime tutta la sua bellezza e la sua armonia.

Apparato radicale

Le radici devono disporsi possibilmente a raggiera, deve essere visibile la parte di radici che penetra nel terreno, in modo da dare il più possibile la sensazione di forza e stabilità della pianta.

Tronco

Il tronco deve avere, a seconda gli stili, andamento eretto o sinuoso. La base (piede) deve essere di buon diametro per poi assottigliarsi gradualmente nella zona apicale. Molto importante è la presenza di una corteccia "vecchia" che conferisce al bonsai un aspetto vetusto. In genere il tronco, in un bonsai apprezzabile, resta visibile per circa due terzi della sua lunghezza totale.
Fondamentale, in alcune piante come le conifere, è la presenza di shari, sabamiki e jin, cioè ferite della corteccia e dei rami che mettono a nudo il legno, dando alla pianta un aspetto ancora più vissuto.

Rami

Per la formazione della chioma la miglior disposizione da dare ai rami è quella in cui i più grossi, ramificazione primaria, si espandono verso i lati e il retro per dare profondità e tridimensionalità e i più piccoli, ramificazione secondaria e terziaria verso la parte frontale, posteriore e superiore per creare i "palchi".
Fatti salvi casi particolari non sono ammessi rami che partono frontalmente verso l'osservatore. La forma della chioma e dei singoli palchi deve essere riconducibile ad un triangolo.

Foglie

Le foglie devono essere mantenute piccole somministrando correttamente l'acqua e i fertilizzanti e praticando al momento giusto la "pinzatura" che consiste nella eliminazione parziale delle foglie in modo da permettere alla pianta di emetterne di nuove più piccole.

Apic

L'apice, ovvero la porzione terminale del bonsai, deve mostrare vitalità, in quanto simbolo di vita.
I bonsai che presentano l'apice spezzato o inesistente, non hanno pregio. Diversamente, se nella zona apicale sono presenti jin (legna secca) segni di lunga vita, il bonsai è apprezzato in quanto è ritenuto un triste tocco di natura austera.

La filosofia del bonsai

Si parla di arte bonsai, in quanto fare bonsai è un'arte che comporta svariate conoscenze, sia nel campo generale della botanica, che in quello più particolare delle tecniche bonsaistiche. Tutte queste conoscenze vengono applicate per coltivare una pianta che rispetti determinati canoni estetici. Parlare solamente di "tecnica bonsai" è riduttivo, come lo è parlare di "tecnica pittorica" riferendosi a Michelangelo o Raffaello...

Un altro aspetto interessante è che si tratta di un'opera d'arte mai finita: la pianta continua a crescere e modificarsi, bisogna quindi accudirla sempre.

Il bonsai come si conosce oggi, è sostanzialmente quello giapponese, tuttavia l'origine dei bonsai è da situarsi in Cina: furono dei transfughi cinesi, approdati sulle coste giapponesi, a portare nel paese del Sol Levante i primi bonsai. I giapponesi appresero questa tecnica e ne fecero un'arte, applicando alle piante coltivate i canoni della propria estetica influenzata dallo Zen.

Le piante giapponesi sono infatti più armoniose di quelle cinesi. È importante che un bonsai evochi in chi lo guarda una sensazione di forza, maturità e, soprattutto, di profonda pace e serenità.

Come creare un bonsai

I bonsai si possono ottenere con i seguenti metodi:
  • da seme
  • da talea
  • da margotta
  • da piante da vivaio
  • da piante raccolte in natura
  • da "pre bonsai"
  • da bonsai già formati

Da seme

È il metodo forse più naturale. La semina può avvenire in primavera o in tarda estate-autunno, a seconda delle specie. Per alcuni semi è necessaria la stratificazione: si devono tenere in inverno in mezzo a della sabbia al freddo, poi si piantano a primavera. Il terreno ideale per la germinazione è composto da un 50% di sabbia e da un 50% di terra o torba. I semi vanno piantati in un vaso o una bacinella forati sul fondo per favorire il drenaggio. Il vaso va coperto con del vetro o plexiglas trasparente fino alla germogliazione. Questa tecnica "raffinata" dovrebbe conseguire ottimi risultati. In alternativa si può evitare di coprire il vaso e lasciare fare tutto a madre natura. Partire da seme è un metodo che richiede molta pazienza: ci vogliono dai 5 ai 7 anni prima di poter avere un bonsai discreto; l'altra faccia della medaglia è che consente di avere piante molto belle, perché si possono impostare fin da giovani seguendo il gusto del bonsaista.

Da talea

È un metodo più veloce rispetto alla semina. Le talee possono essere semi-legnose o legnose.
Nel primo caso, il periodo migliore per la radicazione è a metà estate (giugno-luglio) perché le talee, per radicare necessitano di calore al piede e costante umidità sulle foglie. Si prende un ramo giovane tagliandolo nettamente, con un coltellino ben affilato, all'altezza di un internodo fogliare, o lasciando un talloncino di corteccia del ramo da cui viene prelevata la talea. Lo si priva di tutte le foglie tranne le due più in cima, poi si taglia la base del ramo a 45 gradi o si lascia il talloncino di corteccia, lo si immerge in una soluzione di ormoni radicanti e lo si pianta nel terreno leggermente inclinato. Il terreno deve essere ben drenante e soffice per agevolare lo sviluppo delle radici: un misto di terriccio e sabbia. 

La talea va posta al riparo dai raggi diretti del sole e dal vento. Per agevolare la radicazione si coprono i vasetti contenenti le talee con carta trasparente o sacchetti di plastica sorretti da sostegni metallici; questo per mantenere l'umidità nell'ambiente di radicazione. Si innaffia per aspersione quando il terreno è quasi asciutto. Se tutto va bene nel giro di qualche settimana dovrebbero spuntare delle nuove foglie: a questo punto è bene far prendere un po' di sole alla talea, ma non troppo. Se il vaso è troppo piccolo è utile trapiantare in un vaso più grande nel giro di un paio di mesi, altrimenti lasciate la piantina nello stesso vaso fino alla primavera successiva.

Per le talee legnose si procede in autunno con i rami ormai già ingrossati e lignificati: il procedimento è identico al precedente: bisognerà solo far attenzione a proteggere le radici dal gelo invernale. Il metodo della talea è più veloce rispetto a quello da seme, ma non ha sempre un'alta percentuale di successo; inoltre non tutte le specie si propagano bene per talea, ad esempio la maggior parte di conifere e resinose, ad esclusione dei ginepri che ben si prestano per il tipo di riproduzione.

Da margotta
La margotta è un metodo molto rapido per ottenere un bonsai quasi fatto, ma richiede una certa tecnica. Bisogna innanzitutto scegliere un ramo che abbia già una forma interessante, bonsaisticamente parlando, al quale applicare la tecnica che permette di far crescere le radici al ramo. Una volta che saranno apparse le radici, si taglierà il ramo dalla pianta e si rinvaserà, ottenendo così un nuovo alberello. 

La margotta può essere effettuata in vari modi. Il primo consiste nell'incidere il ramo fino al cambio con un filo di rame o di ferro e spalmarvi sopra degli ormoni radicanti. Questa incisione va poi coperta con una "caramella" composta da sfagno bagnato avvolto in un telo di plastica. È bene stringere saldamente le estremità della caramella per non far passare aria. Fatto questo non rimarrà che aspettare, mantenendo umido lo sfagno con iniezioni d'acqua, che spuntino le radici. Il tempo di radicazione varia da specie a specie, ma di solito si aggira sui 2 o 3 mesi. 

A questo punto si separerà il ramo dalla pianta tagliando sotto le radici e si metterà il ramo in un vaso, sempre con terreno soffice e drenante. Se si ritiene che il ramo abbia troppe foglie è bene tagliarne un po' per non affaticare le giovani radici. È bene tenere la nuova pianta al riparo dal sole e dal vento per almeno un mese.
Un altro metodo consiste nello scortecciare completamente una parte di ramo alta circa una volta e mezzo il diametro del ramo, spargere con ormoni e coprire con la caramella di sfagno e aspettare. Un ulteriore metodo, denominato propaggine non richiede la caramella, dato che il ramo viene posto nel terreno dopo essere stato scortecciato, spalmato di ormoni e ricoperto con la terra. Una volta che ha radicato, lo si separa dalla pianta madre.

La tecnica della margotta si applica ad aprile-maggio, preferibilmente maggio, quando la pianta è nel pieno della spinta vegetativa. Questa tecnica è molto usata perché permette di ottenere buoni risultati e se il ramo non emette radici, cicatrizza e non viene perso, ma si può riprovare l'anno successivo. La margotta è utilizzata, inoltre, non solo per ottenere nuove piante, ma anche per eliminare inestetismi dai bonsai: si può applicarla al tronco per abbassare una pianta troppo alta o per migliorare la forma delle radici (nebari).
Attenzione però: non tutte le specie possono essere margottate: il pino per esempio richiede fino a 2 anni per emettere radici, la margotta risulta così praticamente impossibile.

Da piante da vivaio

I vivai permettono di reperire del materiale a prezzi accessibili, anche se non è sempre possibile trovare materiale adatto, perché le piante da vivaio non hanno le caratteristiche dei bonsai: sono troppo alte, con tronchi sottili o rami troppo disordinati. È necessario guardare soprattutto il tronco e le radici: le foglie cadono e l'anno successivo si riformano.

Da raccolta in natura

La raccolta in natura è molto problematica: innanzitutto è vietata in Italia sui terreni demaniali, mentre è permessa sui terreni privati, previo consenso del proprietario. Un altro grosso problema è costituito dalla scarsa probabilità di attecchimento delle piante una volta estratte dal terreno. La raccolta si effettua in autunno o primavera, togliendo una zolla di terra contenente le radici, si toglie il fittone e si rinvasa nel terreno più adatto alla specie. Le piante raccolte in natura non vanno lavorate a bonsai per almeno due anni, proprio per dare tempo alla pianta di attecchire nel nuovo vaso.

Da pre-bonsai

I pre-bonsai sono piante coltivate in vivaio, ma pensate da subito per diventare bonsai: si cura l'ingrossamento del tronco e il formare le radici a raggiera. Un pre-bonsai può essere lavorato praticamente quasi subito, sempre che non abbia subito un rinvaso. Il rovescio della medaglia è costituito dal costo, naturalmente più alto rispetto alle piante da vivaio.

Da bonsai già formati

È naturalmente il metodo più veloce, ma non è detto che sia il più semplice: se si compra un bonsai importante è necessario saperlo mantenere. Il prezzo può variare da pochi Euro fino a diverse migliaia di Euro.
I bonsai economici che si comprano nei vivai o nei centri commerciali hanno il grosso difetto di avere un terreno molto argilloso, quindi duro ed impermeabile: è necessario quindi rinvasare appena possibile: in primavera.

Rinvaso e nutrimento

Anche se si tratta di una pianta in miniatura, ciò non significa che essa non cresca: anche per i bonsai, come per altre piante in vaso, si deve considerare periodicamente l'opportunità di un'operazione di rinvaso.

In generale per tutte le piante è consigliabile annaffiare nelle ore meno calde della giornata, al mattino presto o alla sera, per ridurre la differenza di temperatura tra l'acqua e la terra e per limitare l'evaporazione diretta. La quantità d'acqua deve essere congrua con la specie coltivata e la stagione, evitando alla pianta un periodo siccitoso, ma evitando anche gli eccessi: i ristagni d'acqua possono favorire l'insorgere del marciume radicale.

Nelle stagioni di crescita della pianta è altresì consigliata l'aggiunta di fertilizzanti contenti macro-elementi. In base alla specie coltivata possono essere aggiunti, nelle dovute dosi, anche altri tipi di nutrienti (meso-elementi come magnesio o calcio o micro-elementi come ferro o manganese).

Gli Stili

Nella coltivazione bonsaistica i giapponesi hanno dato grande importanza alle regole che riguardano le varie forme che la pianta deve assumere; per questo motivo sono stati creati gli stili che mirano al raggiungimento della perfezione estetica. Gli stili nascono dall'osservazione e dall'imitazione della natura e dei capolavori creati da grandi maestri.

Ogni pianta ha una sua personalità e delle caratteristiche proprie che il bonsaista deve cercare di accentuare il più possibile senza però far perdere la naturalezza propria dell'essere vivente. È importante che l'intervento dell'uomo si noti il meno possibile e lasci immaginare all'osservatore solo l'azione del tempo e delle stagioni.

Qui di seguito una descrizione sommaria dei vari stili. Si noti che se ciascuno degli stili ha delle caratteristiche di base fisse, le regole d'impostazione più precise possono variare.

Eretto formale (Chokkan)

È tipico nelle piante che in natura crescono verso l'alto come le conifere le quali riescono a mantenere vigoria nonostante le condizioni avverse. È uno stile molto vincolante che obbliga a regole fisse, definendo perfettamente la disposizione dei rami e del tronco. 

Quest'ultimo sarà rigido e diritto, con il ramo principale, a destra o a sinistra, a circa 1/3 dell'altezza totale, il secondo ramo a 1/3 della distanza tra il primo ramo e l'apice in direzione opposta al primo, il terzo ramo rivolto posteriormente a una distanza pari a 1/3 della distanza fra il secondo ramo e l'apice e così via, con minor attenzione per ciò che riguarda gli ultimi rametti.

Questo stile viene considerato apparentemente impersonale e poco creativo ma è sicuramente il più indicato per tutte le conifere.

Eretto casuale (Moyogi)

In questo caso il bonsai è formato da un tronco più o meno sinuoso. Comune per la maggior parte delle piante, è probabilmente il più semplice da realizzare.

Inclinato (Shakan)

Stile Bonsai caratterizzato da: tronco e vegetazione molto inclinati verso destra o sinistra, radici robuste ed evidenti sulle superficie del terriccio e disposte nella direzione di inclinazione della pianta

Tronchi Gemelli/Madre e Figlio(Sokan)

Stile così chiamato perché composto da due soggetti con le stesse sinuosità e andamento di crescita, uno più grande e uno più piccolo che danno l'idea di una madre che tiene vicino a sé il figlio. La base dei due tronchi è molto ravvicinata e certe volte può essere la stessa. Per una buona riuscita, il punto di separazione dei due tronchi deve essere il più in basso possibile, così da suggerire l'immagine di due alberi completamente autonomi, ma cresciuti vicini per un capriccio del caso.

Scopa Rovesciata (Hokidachi)

È la classica forma di una latifoglia , molto simile ad una scopa rovesciata, con i rami si dipartono pressappoco dallo stesso punto e sono più o meno della stessa lunghezza. Il tronco deve essere visibilmente conico e senza alcuna curva.

Spazzato dal vento (Fukinagashi)

Questo stile ricorda gli alberi che crescono in presenza di vento forte, il quale li porta ad avere rami allungati da una sola parte e un tronco spesso ricco di legna secca o numerose curve.

Cascata / semi-cascata (Kengai / Han-Kengai)

Questo stile simula una pianta che vive aggrappata ad un dirupo dove, piegata dalle intemperie, tende a crescere verso il basso, il tronco si piega subito dopo il nebari (termine che indica le radici in vista e la base del tronco) e spesso l'apice giunge più in basso della base del vaso. Se l'apice si ferma al di sopra del bordo inferiore del vaso si parla di semi-cascata.

Radici su roccia e radici nella roccia (Ishitsuki)

Nello stile a radici sulla roccia, un frammento di roccia sporge dal terriccio del vaso. L'albero cresce abbarbicato sulla roccia. Le radici sono visibili sulla pietra fino al punto in cui penetrano nel terriccio. Il meno frequente è lo stile con radici nella roccia: presenta una o più piante che crescono con le radici completamente inserite negli anfratti della roccia riempiti di terriccio. Le radici in questo caso non si avvinghiano all'esterno della roccia e non scendono fino nel vaso.

Literati (Bunjin)

Lo stile literati è quello più elegante fra tutti e simula un albero nato in un luogo scomodo come ad esempio coperto da altri alberi oppure in una zona spesso colpita da fulmini o da eventi atmosferici. La chioma si sviluppa solo nella parte più alta ed è spesso molto ridotta come anche la dimensione del tronco. L'albero ha infatti speso la maggior parte delle sue energie per crescere in altezza alla ricerca della luce in concorrenza con gli alberi vicini.

A boschetto o gruppo (Yose-Ue)

Si tratta di uno stile molto suggestivo che comprende più piante messe in un vaso basso e largo oppure su lastra. È molto importante la posizione di ogni singola pianta che devono dare una sensazione di profondità sviluppo del boschetto in più anni e soprattutto naturalezza.

A Zattera (Ikada)

o uniti da una stessa radice. Rappresenta un tronco caduto sul fianco che ha dato vita a una nuova vegetazione. Anche in questo caso valgono le regole viste precedentemente in fatto di proporzioni degli alberi e aspetto scenografico. Questa foresta si può realizzare con un albero coricato, dove il tronco fungerà da radice principale che collega tra loro i vari fusti (gli ex rami). 

Principali tecniche d'impostazione e di mantenimento.

Il bonsaista impiega svariate tecniche per dar forma a una comune pianta secondo uno degli stili sopra citati per trasformarla in un bonsai. Questo lavoro si articola su un lasso di tempo che dipende dal ritmo di crescita naturale dell'essenza e possono passare parecchi anni affinché la pianta raggiunga la forma che il bonsaista ha voluto darle. Quando la pianta è finalmente diventata un bonsai, il lavoro del bonsaista non è finito, perché una cura continua è necessaria al mantenimento della forma ottenuta. Inoltre, il bonsaista può decidere di reimpostare un bonsai, ossia di modificarne più o meno drasticamente la forma o lo stile. Qui di seguito alcune delle principali tecniche impiegate dal bonsaista.

Potatura

È la tecnica più importante dell'arte bonsai e ne esistono vari tipi. Quando il bonsaista inizia a impostare una pianta, è sempre indispensabile procedere a una potatura di formazione. Si tratta di un intervento piuttosto drastico nel quale il bonsaista decide quali rami asportare completamente e quali rami accorciare al fine di raggiungere l'armonia necessaria all'ottenimento di un bonsai secondo le regole dello stile prescelto. Lo si esegue prevalentemente a inizio primavera o comunque in momenti in cui la pianta può reagire col necessario vigore.

Questa potatura dei rami principali può essere ripetuta se il bonsaista sceglie di impostare il suo Bonsai secondo un metodo di "taglia e lascia crescere": dopo una drastica potatura, si permette durante uno o più anni alla pianta di far crescere liberamente i suoi rami o di farne spuntare di nuovi a partire da gemme dormienti, poi si procede a una nuova potatura e così via, finché il bonsai prende la forma desiderata. Questo metodo è importantissimo per dare conicità (una caratteristica estetica essenziale) ai rami e al tronco della pianta.

Esistono strumenti specifici per il bonsai, quali pinze a taglio concavo e forbici a manico grosso, per ottenere una potatura che non lasci antiestetici segni nel luogo del taglio.
Esiste poi una potatura più leggera, attraverso la quale i rami di un bonsai formato vengono regolarmente accorciati affinché la forma armonica della pianta non sia modificata. Questo intervento è necessario anche più volte l'anno per essenze a ritmo vegetativo rapido (soprattutto certe latifoglie), mentre si limita a qualche ritocco a intervalli pluriennali per piante a crescita lenta (soprattutto le conifere e piante vecchie).

La defogliazione è una potatura delle foglie che si esegue durante la bella stagione per ragioni estetiche, affinché la pianta produca, dopo alcuni giorni, foglie nuove più piccole e quindi meglio proporzionate al bonsai. Si tratta di produrre una sorta di nuova primavera, un processo dispendioso in energia, ed è quindi un intervento possibile soltanto se la pianta si trova in ottime condizioni di salute. Lo si esegue di solito soltanto se è veramente necessario che il Bonsai abbia foglie più proporzionate alla sua taglia, per esempio quando si desidera esporlo a una mostra. Solo certe latifoglie sono adatte alla defogliazione.

Il filo

Per dare un aspetto di albero maturo con dei rami orizzontali o addirittura leggermente volti verso il basso a piante giovani e vigorose, che tendono invece a produrre rami che crescono verso l'alto, è spesso necessario correggere la direzione dei rami grazie alla tecnica del filo. Anche le curve del tronco e dei rami devono spesso essere indotte dal bonsaista per ottenere un bonsai di forma accettabile.
La tecnica prevede che si avvolgano tronco e rami in spire di filo di metallo (in genere di alluminio o, per rami grossi, anche di rame) e di piegarli, modificandone l'andamento. Può essere utile utilizzare della rafia, avvolgendola a spirale attorno al ramo da trattare col filo, allo scopo di non intaccare il delicato strato esterno del ramo stesso, sede dei condotti linfatici. Dopo un certo tempo, che dipende dall'essenza, il filo metallico è rimosso e il ramo o il tronco si sono fissati nella posizione voluta. Più il ramo è grosso, maggiore sarà il diametro necessario per il filo.
La tecnica del filo è assai delicata e necessita di mani esperte, che sappiano applicare tutti gli accorgimenti e gli adattamenti specifici a ogni pianta trattata, al fine di minimizzare lo stress indotto al bonsai. Non tutte le essenze sopportano il filo e in ogni caso un'applicazione errata può produrre la perdita della pianta.
Si prenda in considerazione il fatto che il filo utilizzato non deve essere eccessivamente tirato in quanto, con la crescita del bonsai, può causare inestetismi quali cicatrici o incisioni. È consigliabile munirsi di idonea attrezzatura per il taglio del filo onde evitare di danneggiare il bonsai durante l'asportazione del filo stesso.

Altre tecniche in breve

Bonsai con jin
Altri metodi, quali pesi e tiranti, permettono di modificare la forma del tronco o di un ramo. Esistono poi tecniche particolari per creare effetti di vetustà nelle piante, trattando tronco, rami e radici. Trattando opportunamente tronchi o rami morti col tempo, sbiancadoli e scortecciandoli, si ottiene un effetto di "pianta colpita dal fulmine", chiamato jin.

Nel mantenimento dei bonsai, l'innaffiatura e la concimazione devono essere controllate con grande attenzione. Inoltre, come ogni altra pianta, anche i bonsai sono soggetti a malattie, che vanno prevenute e, al caso, curate.


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giugno 01, 2008

Fisiologia vegetale: la struttura esterna dell'albero

Posted By: Fausto Baccino - giugno 01, 2008
L'albero è composto di un asse principale, o primario, costituito dal
"tronco o fusto", questo per processi tropici propri dei vegetali tende a
svilupparsi verticalmente verso l'alto.

Esiste poi un asse radicale che è la continuazione naturale dell'asse primario, come questo tende a svilupparsi nella stessa direzione verticale con verso opposto al primo vale a dire verso il basso; l'asse radicale primario si chiama fittone. Dal fusto si dipartono gli assi secondari che si chiamano "branche" se stanno nella parte aerea dell'albero, "radici" se si trovano nella parte ipogea
(sotterranea).

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Le branche sono organizzate in ordini ascendenti; le più basse si dicono di
primo ordine, le successive, di secondo ordine, di terzo ordine e così via
fino a quelle prossime all'apice dell'albero. Le branche inoltre s’indicano come "primarie" se sono
direttamente inserite nel tronco, secondarie se sono inserite sulle primarie, terziarie sulle secondarie e così via.

Si chiamano "rami" gli assi vegetativi dell'anno, su questi s’inseriscono le foglie; le strutture
d’inserimento di queste sul ramo si chiamano "nodi", mentre il tratto compreso tra due foglie è
chia mato "internodo", all'ascella d’ogni nodo si trova una gemma, quella che si trova sul apice
vegetativo del ramo è chiamata "gemma apicale", questa nelle piante acrotone rappresenta la gemma predominante, esistono piante dette basotone in cui la predominanza è delle gemme basali.

I rami si dividono a legno ed a fiore. Quelli a legno hanno una predominanza più spiccata di quelli a fiore. Nei bonsai i rami con maggior predominanza si potano al termine del ciclo vegetativo
(autunno) gli altri all'inizio (primavera).

Nelle piante acrotone i rami inseriti sulle branche d’ordine alto sono predominanti rispetto a quelli inseriti sulle branche basse; nelle basotone la predominanza è invertita. I rami a legno che partono dal tronco o dalle branche, si chiamano "succhioni" essi sono estremamente vigorosi e normalmente sono rimossi, a volte si usano per incrementare la dimensione del fusto o delle branche su cui sono inseriti, il pericolo di quest’operazione è che mentre la parte a valle del succhione tende ad ingrossare, quella a monte può deperire fino a seccare perché l'afflusso di linfa tende a convogliarsi verso i vasi del succhione, questa tendenza può essere contenuta cimando il succhione.


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I rami a legno che partono dalla base dell'albero, sono chiamati polloni, a volte questi sono usati per ricostruire la struttura della pianta partendo dal ceppo. La chioma è l'insieme delle branche e dei rami.

LE STRUTTURE INTERNE DELL’ALBERO
Il tronco Per la legge naturale “del minimo” che implica il raggiungimento di un risultato con il minimo impiego d’energie (economicità energetica), la sezione dei vegetali, tende alla forma circolare; Perché il cerchio è la figura geometrica che a parità di perimetro, rispetto ad altre, ha la massima superficie circoscritta dal medesimo.
Le pianticelle nel primo anno di vita hanno una struttura complessiva che si chiama struttura primaria; negli anni successivi le piante si sviluppano per continua sovrapposizione radiale di sostanza, questo processo è chiamato "accrescimento secondario in spessore".
La struttura secondaria d’accrescimento del tronco, è molto evidente nelle piante legnose che
all'osservazione si presentano ad anelli concentrici.

Sezionando il tronco si osservano dal centro verso la periferia quattro zone: il legno, il cambio, il libro, la corteccia.

Al centro della pianta si osserva una zona, particolare, cava in alcune specie, detta midollo. Da questa partono strutture radiali, i rami midollari primari che collegano il centro della pianta alla corteccia, nella sezione trasversale questi sono poco evidenti.

Ecco, nel dettaglio come sono costituite le varie zone:
La corteccia.
E' costituita nella parte più esterna dall’epidermide, seguita nell'ordine dal sughero, dal fellogeno o zona generatrice esterna (in questa zona si produce la scorza esterna), dal felloderma e da lla corteccia primaria.
Il libro (corteccia secondaria).
E' la zona dei vasi cribrosi percorsi in senso discendente dalla linfa elaborata. Questa zona è costituita da un tessuto detto floema. Verso l'esterno, a causa dell’accrescimento, il floema degenera formando la corteccia; la struttura rimane viva solo per pochi mm. nella parte interna.
Il cambio (zona generatrice interna).
A causa dell’accrescimento secondario in spessore in questa zona si origina tessuto a caratteristica meristematica formante un anello chiuso. Nel suo sviluppo il cambio produce all'interno "xilema" costituente il legno, ed all'esterno "floema" costituente il tessuto corticale Il cambio all'interno dei raggi midollari genera parenchima, collegandoli alla corteccia secondaria di nuova formazione.

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Il legno.
Il cambio genera maggior quantità di tessuto all'interno a causa di ciò, lo xilema secondario forma degli spessi strati continui attraversati da sottili rami midollari. Questa formazione interna al cambio più i rami midollari costituiscono il legno. Questo è formato da trachee e tracheidi che sono cellule morte e lignificate aventi,le prime, funzione di conduzione e le seconde di sostegno.
Il legno contiene poi del parenchima legnoso (tessuto vivo) che accumula sostanze organiche e le
trasporta in senso radiale.

Nelle regioni a clima temperato la crescita è discontinua mentre non lo è nei paesi tropicali.
L'alternanza stagionale evidenzia nei legni della nostra fascia climatica degli strati concentrici detti "cerchi annuali" (cosa che non avviene nei legni tropicali). Il legno primaverile è costituito da vasi larghi (a causa dell'elevato apporto d’acqua), il legno estivo da vasi stretti e notevole tessuto di sostegno. Il legno primaverile e quello autunnale non sono nettamente separati mentre quello estivo che determina l'anello annuale è molto evidente.

I legni si possono poi dividere. A pori sparsi (legni dolci) ed a pori distribuiti ad anello(legni duri).
I legni duri sono pesanti, quelli teneri sono leggeri.
In alcuni gli strati profondi hanno una colorazione scura che si chiama cuore o duramen o massello questo costituisce il legno vecchio; la particolarità della colorazione deriva al legno dai "flolofeni", (tannini) che sono sostanze antiputrescenti. Gli alberi nel quale il legno vecchio non è indurito tendono ad imputridire al centro diventando cavi.
Al legno giovane chiamato alburno è assegnato la funzione di trasporto dell'acqua. Questa è limitata al solo anello annuale più recente.


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ORGANI DI SUZIONE E TRASPIRAZIONE
Altri organi di fondamentale importanza per la pianta sono: la radice e la foglia, quest'ultima per
metamorfosi può acquistare la funzione riproduttiva trasformandosi nel fiore, lo stadio intermedio di passaggio tra foglia normale e l’organo fiorale è rappresentato dalla "brattea".
La radice.

Così come il tronco ha simmetria assiale, l'asse radicale prolunga la direzione dell'asse pri ncipale o tronco.

I fasci conduttori hanno però una disposizione diversa dal tronco quindi la radice risulta strutturata in due zone: la corteccia ed il cilindro centrale.
La corteccia : è un tessuto primario, privo di stomi le cui cellule esterne si prolungano nei peli
assorbenti, che si degenera presto sostituito da un rivestimento secondario suberificato negli strati del quale esistono piccole cellule rivestite di una sottile cuticola che permette l'assorbimento dell'acqua, la corteccia profonda ( endoderma )costituisce la zona di separazione con il cilindro centrale.

Il cilindro centrale: contiene il parenchima fondamentale il cui stra to esterno è detto "periciclo"
costituito da una sola fila di cellule a funzione meristematica secondaria produttrice di sughero, radici o gemme laterali. All'interno del cilindro esistono oltre le funzioni conduttrici anche quelle meccaniche d’ancoraggio e di sostegno, la struttura secondaria della radice è simile a quella del fusto con il quale si raccorda.

La foglia.
Le foglie sono espansioni laterali del fusto, si sviluppano dalle bozze fogliari ancora indifferenziate e visibili sul cono vegetativo. Nel caso più tipico la foglia comprende: la guaina, il picciolo, il lembo, gli organi respiratori e traspiratori. Essa è il luogo dove si compie la massima parte dell'azione clorofilliana con cui si trasforma l'energia luminosa in chimica


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FISIOLOGIA DELL'ALBERO
Accenni di fisiologia vegetale
La fisiologia vegetale studia le leggi fisiche e chimiche, i processi vitali sia delle piante sia delle cellule che le costituiscono.
A grandi linee la fisiologia può compendiarsi in alcuni cicli che studiano le funzioni del metabolismo, della fotosintesi, della sintesi dei prodotti azotati organici, dell'economia idrica, dell'accrescimento, dello sviluppo e della riproduzione.

Il metabolismo. Le manifestazioni vitali si basano su una serie complessa di processi fisico - chimici, le trasformazioni a doppio senso, che avvengono, sono determinate dalle variazioni delle condizioni energetiche del sistema in cui queste attuano.

Tali processi si realizzano attraverso due serie di reazioni reversibili:
LE EXERGONICHE dove le molecole ad alto potenziale scendono ad un livello energetico inferiore emettendo "energia libera " utilizzabile.
LE ENDERGONICHE dove le molecole a basso potenziale utilizzano "l'energia libera" per
produrre una nuova molecola ad alto potenzial e.
La fotosintesi. E' il processo biologico qualitativamente e quantitativamente fra i più importanti in natura. In questo processo le piante autotrofe assimilano l'anidride carbonica fissando l'energia solare attraverso la clorofilla. Tutte le molecole organiche vegetali provengono dall'assimilazione della C O2 a causa della luce.

Questo processo di trasformazione degli ossidi di carbonio ( anidride carbonica ), e di idrogeno (acqua ) poveri di energia, in idrati di carbonio ( carboidrati ) ricchi di energia, sembra semplice osservando l'equazione:
6CO2+6H2O +hv ÆC6H12O6+ 6O2
ma, in pratica, il trasferimento di energia e la catalisi enzimatica sono di estrema complessità tant'è che non sono ancora completamente risolti. La fotosintesi si estrinseca in tre reazioni parziali:
1) la foto fosforilazione ciclica;
2) la fotolisi del acqua;
3) la fissazione e la riduzione della CO 2
Il rendimento della fotosintesi è dell'ordine dell'1-2%. Si calcola che su 100 calorie fornite sotto forma di luce, 20 sono riflesse dalle foglie, 10 le attraversano, 20 sono trasformate in calorie, 48 - 49 servono alla termoregolazione (evaporazione dell’acqua per traspirazione) 1 - 2 calorie sono utilizzate dal processo biologico. La sostanza che permette la captazione dell’energia solare ed il suo utilizzo è un pigmento verde chiamato clorofilla. Questa è in grado di assorbire l'energia della luce solare ed usarla per convertire l'anidride carbonica in acqua e zuccheri. - Reazione ENDERGONICA -.
Questi ultimi in seguito saranno usati come fonte d’energia da tutte le cellule della pianta,
(scomposizione in anidride carbonica ed acqua con liberazione energetica riutilizzabile per la
ricostruzione dei medesimi)- Reazione EXERGONICA -.


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LA FOTOSINTESI CLOROFILLIANA.
Funzioni legate alla fotosintesi clorofilliana.
In una pianta ogni sua parte è specializzata per una determinata funzione, le foglie sono adibite alla ela borazione delle sostanze nutritive, le radici all'assorbimento dell'acqua e dei sali, la riproduzione invece è un meccanismo che si realizza a livello delle strutture fiorali, se è sessuata, od a quello di organi quali bulbi, tuberi o rizomi se è asessuata o vegetativa.

La nutrizione, vale a dire l'assunzione di tutte le sostanze necessarie al ricambio (sostituzione dei
materiali di cui è costituita la materia vivente), avviene sia a livello dell'apparato radicale, da cui
penetrano acqua e sali minerali, sia a livello delle foglie che utilizzando l'anidride carbonica dell’aria producono la sintesi degli zuccheri.

Le foglie poi hanno anche la capacità di assorbire sali minerali, in forma chelonata, attraverso la cuticola, sali che saranno immediatamente utilizzati.
Le reazioni di demolizione degli zuccheri, per produrre energia, possono avvenire solo alla presenza dell'ossigeno, esse costituiscono il fenomeno della respirazione cellulare che è comune a tutti gli organismi viventi. Tutte le cellule viventi devono, per sopravvivere, respirare, quindi la respirazione è una capacità caratteristica di tutte le cellule organiche.

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Lo zucchero prodotto dalle foglie è distribuito alle varie parti del vegetale: esso scorre in uno specifico tessuto conduttore, il floema situato nelle nervature delle foglie; da esso è convogliato nel picciolo e da questo nel floema del fusto sino alla radice. E' ovvio che nel percorso il flusso si dirama dove le necessità alimentari sono maggiori (fiori e frutti).Il legno è un tessuto conduttore per il trasporto d’acqua e sali disciolti assorbiti dalle radici, esso ha inoltre la più volte richiamata funzione meccanica d’irrigidimento del fusto e dei rami.

Il movimento dell’acqua all'interno dello xilema è ascendente, discendente nel floema; i fenomeni che determinano questo movimento sono vari e concomitanti, tra essi notevole è la traspirazione, con la quale la maggior parte dell'acqua assorbita è dispersa a livello delle parti aeree allo stato di vapore acqueo: l'acqua evapora dall'epidermide fogliare e si diffonde all'esterno attraverso piccole strutture dette stomi situate prevalentemente sulla pagina inferiore delle foglie.

Queste strutture sono formate da una fessura delimitata da due cellule particolari dette cellule stomatiche, che con la loro attività funzionale ne regolano le dimensioni stesse e di conseguenza, la maggior o minor fuoriuscita d'acqua. La traspirazione è importante per due diversi motivi; prima di tutto agevola l'assorbimento radicale, poiché man mano che avviene l'evaporazione dell'acqua si esercita una forza di suzione (depressione della parte alta delle colonne capillari). Secondo a livello del tessuto fogliare, la notevole quantità di vapore che si forma a spese di un grande assorbimento calorico fa sì che l’atmosfera tutt’intorno alla pianta non sia mai eccessivamente surriscaldata, (fenomeno di termore golazione).

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L'osmosi.
Il processo per cui l'acqua penetra nelle radici è detto osmosi. La soluzione acquosa che imbibisce il terreno ha di solito una concentrazione molto inferiore a quella della soluzione interna delle cellule; poiché l'acqua tende a diffondersi attraverso le membrane semi porose, passando dalla zona a più bassa concentrazione salina verso quelle dove la concentrazione è maggiore, (da soluzioni diluite a soluzioni concentrate) passerà dall'esterno all'interno della cuticola della radice. Il fenomeno osmotico, consiste appunto nel passaggio d’acqua attraverso la membrana cellulare.

Nel caso il contenuto di acqua nel terreno diminuisce a causa dell'eccessiva evaporazione, o delle scarse precipitazioni, la soluzione può raggiungere la stessa concentrazione del liquido cellulare, arrestando il processo osmotico; se la concentrazione esterna supera certi limiti il processo può addirittura avvenire in senso inverso, portando la pianta verso la disidratazione, infatti, in questa situazione anche se gli stomi sono chiusi la pianta perde acqua cessando di compiere i suoi processi vitali. Le piante sono poi in grado di selezionare l'assorbimento dei sali ionizzati dalle soluzioni presenti nel terreno (permeabilità selettiva delle membrane cellulari).

I FITORMONI
L'accrescimento degli organi della pianta, sebbene dominato dalle disponibilità alimentari, è determinato dalla presenza di particolari cellule dette "meristematiche " capaci per tutta la vita della pianta di dividersi per dare origine a nuove cellule specializzate. La velocità di divisione delle cellule preposte all'accrescimento volumetrico ed a tutti i fenomeni connessi sono regolati da sostanze specifiche chia mati "fitormoni ".

Il primo ormone ad essere isolato, fu l'auxina. Attualmente se ne conoscono molte di tipo sintetico che costituiscono una famiglia con proprietà simili. In natura quest'ormone, è prodotto dagli apici vegetativi delle piante ed in piccola parte negli apici radicali esso è preposto alla crescita in altezza della pianta, all'inizio è fissato a molecole proteiche da cui si libera quando è necessario mediante reazioni enzimatiche.

Le auxine non sono gli unici ormoni vegetali esistenti in natura, infatti, sono stati isolati altri due gruppi di queste sostanze: le gibberelline e le kinetine.

Gli ormoni agiscono da stimolatori quando si trovano presenti nella soluzione fisiologica in dosi di poche parti per milione, mentre in dosi eccessive si comportano da inibitori.

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LE AUXINE
Sono trasportate in basso nel fusto attrave rso un meccanismo indipendente dal sistema vascolare, determinano l'allungamento degli internodi (primordi fogliari degli apici ).
L'auxina regola anche l'accrescimento dei frutti e inibisce la crescita delle radici. Un accumulo di ormone nei germogli ne impedisce la crescita. E' proprio per questo motivo che le auxine rallentano, fino a fermarle, le gemme laterali degli apici mentre quell’apicale continua a crescere.
Questo meccanismo ha la spiegazione seguente::
Le gemme degli apici vegetativi producono l'ormone in quantità maggiore dello stretto necessario, l'eccesso è inviato verso il basso dove andrà ad incrementare quello prodotto dalla prima gemma incontrata nella discesa, questa gemma eliminerà solo parte dell'eccesso di ormone disponibile, per cui spostandoci verso il basso troveremo un sempre maggior accumulo di
auxina con una sempre maggior inibizione vegetativa sugli apici laterali. Se però per un qualsiasi motivo l'apice è leso le gemme ascellari liberate dal controllo della gemma apicale riprendono a crescere dando origine a rami più o meno lunghi; ben presto uno di questi rami, normalmente quello più vicino alla sommità, muta la sua posizione dirigendosi verso l'alto, sopravanzano gli altri nella crescita e occupando il posto della gemma lesa e ristabilendo il controllo sugli altri organi. Le auxine stimolano inoltre la produzione d’apici avventizi in regioni molto ben determinate e ristrette del fusto e delle foglie.
Le auxine rizzogene sintetiche esistenti in commercio sono: l’acido indol/acetico, l'indol/butirrico, il naftal/acetico e il dicloro/fenossiacetico. Le auxine generano marciume in tutte le parti della pianta, per cui, occorre in concomitanza con il loro uso somministrare anticrittogamici specifici.

LE GIBBERELLINE:
Hanno caratteristiche simili alle auxine, e come queste stimolano lo sviluppo equilibrato dei vegetali. (furono scoperte per la prima volta nella GIBBERELLA FUJIKUROI, ascomicete parassita del riso giapponese, attualmente sono prodotte industrialmente con il metodo delle culture, come avviene per la produzione degli antibiotici ).
Le gibberelline sono preposte al risveglio dei semi, dei bulbi, dei tuberi, delle gemme dormienti; anticipano ed aumentano la fogliazione, la fioritura, la fruttificazione. La somministrazione a mutanti nani di gibberelline ripristina le normali dimensioni della specie. Nelle piante normali l'ormone altera il rapporto tra crescita degli internodi e sviluppo delle foglie adattandole alle condizioni stagionali. La sua somministrazione elimina la tendenza a sviluppare foglie a rosetta.

LE KINETINE:
Hanno effetti opposti alle auxine, contrastano l'inibizione sulle gemme laterali causate da queste, mentre promuovono nel callo delle talee la formazione di gemme laterali. La più forte di queste sostanze sintetiche è la 6-Furfurillamino - purina .
Gli ormoni vegetali regolano i tropismi delle piante. Il fototropismo, che rappresenta la tendenza dei germogli ad orientarsi verso la luce, n’ così influenzato: l'eccesso di luce sulle parti verdi dei rami disturba la sintesi dell'ormone (auxina) che è invece prodotto nelle zone in ombra dove stimola l'allungamento delle cellule; è quest’allungamento che determina l'orientarsi dei germogli verso la luce.
Anche la gravità agisce sull'irregolare distribuzione dell'ormone; si è detto, infatti, che questo si diffonde verso le zone inferiori dell'organismo producendo l'inibizione delle cellule basali dei fusticini e facendo sì che le parti apicali tendano verso l'alto. Un meccanismo simile ma inverso si ha nelle radici.
Altre innumerevoli funzioni sono controllate dai fitormoni, tra queste:, anche se parzialmente, la caduta delle foglie in autunno, lo sviluppo dei frutti nel periodo vegetativo, lo sviluppo dei fiori fecondati e non (partenocarpia), la germinabilità dei semi (dormine, inibitori della germinazione La fioritura è controllata da ormoni fiorigeni la cui produzione in molte piante è indotta dal fotoperiodo ed è secondo questa determinata esigenza che le piante sono classificate in: longidiurne, brevi diurne e neutre. Per quanto riguarda la riproduzione tutte le piante superiori si riproducono in modo sessuato, molte di queste però si possono riprodurre per talea di parti della pianta, questo secondo meccanismo è detto moltiplicazione vegetativa o asessuata, ed è proprio in questa particolare situazione che gli ormoni intervengono con la loro funzione radicante.

LA RIPRODUZIONE SESSUATA
Si attua tramite gli ovuli profondamente modificati in seguito alla fecondazione (semi).
I semi rappresentano gli elementi produttori della pianta, poiché in essi è contenuto l'embrione; nella maggior parte dei casi questo è differenziato in una radichetta, in un minuscolo germoglio apicale ed in foglioline primordiali, possiede inoltre delle strutture particolari che si chiamano "cotiledoni" questi sono estremamente ricchi di alimenti di riserva. Sono necessari per sostenere l'embrione nella sua prima fase di sviluppo, quando la radichetta non ha ancora raggiunto la sua funzionalità e non riesce quindi ad assorbire nutrimento dal terreno. La loro funzione cesserà quando dal terreno spunteranno le prime foglie in grado di realizzare la funzione clorofilliana e quindi sintetizzare zuccheri.
Il numero dei cotiledoni è costante nei gruppi botanici: sono molti nelle Gimnosperme, due nelle
Angiosperme dicotiledoni ed uno nelle Angiosperme monocotiledoni.
Dal punto di visto chimico alcuni semi contengono sostanze di riserva di tipo amilaceo, mentre altri contengono sostanze grasse ed oli.
Contemporaneamente all'evoluzione dell'embrione nell'ovulo, ed al deposito di sostanze alimentari, i tessuti esterni si trasformano nei tegumenti del seme, che, hanno funzione di protezione e difesa; infatti, questi tessuti sono più o meno induriti o lignificati, o provvisti d’aculei, od imbibiti di sostanze
repellenti, resistenti agli agenti atmosferici ed a tutti gli attacchi esterni.
Il tegumento deve proteggere il seme per tutta la durata del periodo di quiescenza, (maturazione del frutto, liberazione del seme, intervallo di germinazione).
La germinazione si attua quando l'acqua promuove la reidratazione dei colloidi plasmatici delle cellule.
La pressione d’imbibizione rompe i tegumenti. In alcuni casi perché l'acqua giunga a contatto con i colloidi del seme occorre che i tegumenti siano rimossi da microrganismi, o dall'alternarsi di basse ed alte temperature, o dalla lisciviazione da parte dei carbonati delle sostanze inibitrici.
Il seme si predispone al periodo di latenza, che precede la sua germinazione, eliminando dai propri tessuti la maggior parte dell'acqua contenuta e quindi rallentando al massimo i processi respiratori.
Il periodo di quiescenza del seme è variabile da specie a specie; alcuni semi vanno messi a germinare subito dopo la raccolta, altri invece richiedono un periodo più o meno lungo d’attesa. Il significato biologico di tale intervallo è di impedire che il seme germini in un periodo sfavorevole alla sopravvivenza della giovane pianticella. Spesso quest’inibizione è esclusivamente meccanica: i tegumenti molto resistenti sono resi friabili dal gelo e quindi l'embrione ha la forza di uscire solo dopo l'ibernazione del seme; oppure i semi sono imbibiti da sostanze inibitorie della germinazione che sono rimosse dalla dilavazione della pioggia, altri semi hanno bisogno dell'intervento della luce per germinare.
Questa tendenza germinativa determina la possibilità di dividere i semi in:
fotoblastici, la cui germinabilità è stimolata dalla luce rossa, mentre quell’ultravioletta ha effetto
inibitorio; afotoblastica, la cui germinabilità è stimolata dalla luce ultravioletta, mentre quella rossa ha effetto inibitorio,
Su questi semi la gibberellina ha lo stesso effetto della luce rossa.
I semi che non risentono dell'intervento della luce si dicono indifferenti.
Esiste poi un gruppo di semi che al contrario sono fotofobici per questi la luce è un fattore inibitore, sono semi che germinano solo al buio.
Per certi semi, infine, il periodo di quiescenza è essenziale, perché non sempre il momento della
maturazione del frutto coincide col seme stesso; se ciò non avviene esso deve completare la
maturazione prima di poter germinare. Anche la capacità germinativa del seme ha una durata variabile, questa dipende in buona parte dal tipo di sostanza di riserva e dalle condizioni di conservazione: i semi rivestiti da tegumenti cornei, hanno un brevissimo periodo di sopravvivenza e devono germinare quasi subito, quelli oleosi hanno più resistenza, sebbene siano facilmente soggetti ad alterazione chimica i semi più resistenti in assoluto sono quelli che contengono come sostanze di riserva gli amidi (amilacei) sostanze particolarmente stabili le quali mantengono la capacità germinativa per lunghissimo tempo.

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Il"bonsai" è una pianta in miniatura, rassomigliante in tutto per tutto agli alberi che si osservano in natura.

Posted By: Fausto Baccino - giugno 01, 2008
Il"bonsai" è una pianta in miniatura, rassomigliante in tutto per tutto agli alberi che si osservano in natura.

La riduzione delle dimensioni è il risultato dell'applicazione delle tecniche agronomiche usate per coltivare le pianticelle.

La miniaturizzazione si mantiene quindi fin tanto che queste tecniche di giardinaggio sono applicate. Il "bonsai" coltivato in piena terra tende a riprendere le dimensioni proprie della specie d’origine.

Le tecniche di coltivazione applicate al "bonsai" sono state preparate osservando lo sviluppo che gli alberi hanno in natura quando le condizioni ambientali divengono estreme. Ambienti d’alta montagna che presentano terreni poveri, siccitosi, atmosfere con notevoli sbalzi termici, ambienti sassosi con rocce affioranti, producono la riduzione della struttura degli alberi, che a piena maturità non superano l'altezza di un metro.
I primi "bonsai" erano alberi prelevati in natura da esperti ricercatori che li sceglievano tra quelli
nati in terreni montani, su pareti rocciose, negli acquitrini o nelle zone esposte a venti costa nti.
Il mantenimento della dimensione ridotta e l'aspetto vetusto proprio di queste piante, erano
realizzate dagli antichi giardinieri che le coltivarono in vaso, ricreando il più possibile le
condizioni ambientali in cui queste erano nate e si erano sviluppate.

IL termine "BONSAI" letteralmente significa "VASSOIO-ALBERO" . Questo termine indica
non già una particolare essenza arborea, bensì il rapporto esistente tra un qualunque albero e la
tecnica del suo trasferimento e mantenimento in vaso. Per "bonsai" s’intende dunque il risultato
del rapporto tra il materiale da elaborare e la metodologia dell'elaborazione.

La lavorazione del "bonsai" prevede dunque l'esistenza di un’inscindibile relazione tra la pianta e
giardiniere, questa, proprio per le condizioni d’impianto dell'albero, è costantemente precaria, non ammettendo pause nella cura che il "bonsaista" deve dare alla propria creatura. La capacità
essenziale del costruttore di bonsai é quella di saper tenere conto delle esigenze vitali dell'albero, il suo intervento deve considerare la disponibilità fisiologica del veget ale verso le varie fasi del
procedimento di coltivazione, ciò implica che il rapporto sia improntato ad una profonda
conoscenza: della fisiologia; nell'ambito della quale il bonsai può accettare le nuove condizioni
ambientali, ed i tempi d’accomodamento della pianta a queste condizioni.

I tempi d’accomodamento vanno poi sempre rispettati al fine di consentire all'albero di recuperare le condizioni migliori, per affrontare il travaglio di un nuovo intervento. Non solo, le specie vegetali, hanno reazioni diverse all'intervento umano, e alle avversità naturali che affrontano durante il loro ciclo vegetativo, ma ogni individuo ha poi reazioni che dipendono dallo stato di salute della pianta.

L'arte del bonsai è un’estrinsecazione della spiritualità orientale, che si compendia:

- nella tecnica del trasferimento in vaso;
- nella potatura di riequilibrio della funzionalità vegetativa;
- nella modellatura.

La scelta del terreno, la fertilizzazione, la somministrazione dell'acqua, l'esposizione al sole od
all'ombra , sono tutti accorgimenti fondamentali e importanti nell'esecuzione del "bonsai".

NOTE STORICHE

La nascita del "bonsai" , si perde nella leggenda. I primi accenni storicamente noti, sono cinesi, essi risalgono al II sec. a.C. (dinastia Qin).

I cinesi li chiamavano " PUNSAI" e l'ideogramma che li identifica è uguale a quello giapponese. Furono in ogni caso i cinesi a piantare per primi alberelli in vaso. La leggenda racconta che questa pratica nacque in Mongolia in periodo proto - storico. Sotto la spinta della religione delle culture nomadi della zona nord della Cina, cherichiedeva ai fedeli di pregare giornalmente in un luogo alberato, questi, preso atto di quest’imposizione, e tenuto conto della loro necessità di spostarsi continuamente, a cavallo, nell e steppe semi desertiche, inventarono l'uso di piantare in sacche di pelle alberelli che erano trasportati appesi alla sella e potevano essere posati a terra sul luogo temporaneo della preghiera.

Le prime menzioni dei "PUNSAI" Cinesi risalgono dalla dinastia Qin (221-2O2 a.C.); la successiva dinastia Han (202 a.C. -220d.C.), vede nascere i paesaggi in vaso chiamati "PUNJING".

Circa 150 anni dopo un famoso poeta e funzionario statale, Ton-Gien-Ming (365-427 d.C.) si dedica alla coltivazione delle piante in vaso. I primi dipinti in cui si vedono rappresentate pianticelle in vassoio, risalgono alla dinastia Tang (618-907 d.C.); nel successivo periodo Song (960 -1276 d.C.) non solo questi alberi sono citati nei poemi, ma esisteva anche una letteratura specifica che dava indicazioni sulla loro prod uzione.


L'esportazione del "Punsai", e quindi la sua conoscenza fuori della Cina si realizza, tra il X e l'XI secolo, dinastia Song (960-1276 d.C.), attraverso i monaci buddisti, che durante i loro pellegrinaggi, usavano i "punsai" come oggetti sacri che rappresentavano la concezione che la vita si realizzi nell'armonia, e che attraverso l'identificazione della tendenza dell'albero a crescere verso l'alto, si evidenzi il collegamento tra la terra e il cielo o meglio ancora la tendenza dell'uomo verso la perfezione Nirvanica.

E' nel periodo della dinastia Yuan (1280-1368d.C.) che compaiono le prime notizie certe sull'uso che i giapponesi benestanti avevano di regalare i punsai cinesi agli ospiti di riguardo, (pergamena dipinta dai fratelli TAKAAKI e TAKAMASA FUJIWARA-1351-d.C.)

Nella prima metà del XVII sec. CHU SHUN-SUI, funzionario statale cinese, rifugiatosi, in seguito all'esito sfavorevole di una congiura di palazzo, in Gi appone, portò, in questo paese, l'intero compendio della letteratura specifica sulla produzione d’alberi in miniatura, creando il presupposto per la nascita di una cultura originale giapponese sulla produzione di queste piante-vassoio. Furono poi i giapponesi a far conoscere all'occidente i loro "BONSAI", esponendoli per la prima volta alla mostra universale di Parigi nel 1878.

 

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febbraio 18, 2008

L'ispirazione

Posted By: Fausto Baccino - febbraio 18, 2008
Non è facile comprendere come non solo gli appassionati ma anche coloro che al bonsai non si dedicano siano disposti ad ammettere che quest'hobby può ispirare ed elevare l'animo umano.

Una posibile spiegazione è che i bonsai sono repliche in miniatura dei begli alberi che si vedono in natura.
Se un bel paessaggio può toccare lo spirito, altretanto può fare un bonsai.
Si potrebbe desumerne che la capacità di suggestione del bonsai viene dalla sua naturalezza.

L'albero che inspira un bonsaista può avere qualsiasi forma e dimensione e può essere trovato in circostanze molto diverse; può essere un enorme esemplare cresciuto in un grande parco o un piccolo alberetto strappazzato che spunta da una pietraia. Indipendentemente dal conesto, è l'immagine dell'albero che resta vivida nella percezione e nella coscienza, e che in seguito verrà trasformata in un bel bonsai.



La realizzazione di un bonsai non è un semplice processo meccanico: non si può creare un bonsai solo perchè si tagliano e si formano i rami secondo certi rigidi schemi e convenzioni.
Al contrario, si trata di un processo lungo, che parte da un'idea e viene forse favorito dalla percezione inconscia di un albero visto in natura: un'idea che finalmente si realizza nella trasformazione di un normale albero o di una pianteclla in una spettacolare opera d'arte, capace di evocare sensazioni di bellezza, grazia e grandezza.
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Come tutte le arti il bonsai è, in un certo senso, un'illusione. L'albero in miniatura e solo la rappresentazione di come l'artista percepisce un vero albero. Mi sembra apropriato paragonare il bonsai alla pittura o alla scultura: il processo creativo (che trova il materiale e il mezzo di espressione in una pianta viva) è innescato da un elemento d'ispirazione, per giungere infine a creare un'immagine della realtà.

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gennaio 13, 2008

Origini del bonsai: fondamenti

Posted By: Fausto Baccino - gennaio 13, 2008
Nell'odierna società materialistica si dimentica spesso che il bonsai ha un fondamento religioso e filosofico.
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Comprendere questo aspetto del bonsai allarga ulteriormente la portata di tale passatempo.
Il bonsai, come l'ikebana (disposizione artistica dei fiori) è usato dai giapponesi per decorare il tokonoma che è una sorta di piccolo altare nella casa giapponese.
E' qui che i membri della famiglia possono radunarsi per meditare o cotemplare la bellezza, la serenità e la pace della natura. Il gesto stesso di mettere un bonsai nel tokonoma ha un profondo significato spirituale.
Un bonsai può quindi rappresentare l'aspetto più profondo della vita interiore che è in ognuno di noi.

Da secoli in Giappone si selezionano nuove varietà di acero per farne bonsai. Alcuni appassionati non coltivano altro. Questa incisione su legno originale di Kuniyoshi rappresenta un maestro di ikebana su uno sfondo decorato a foglie di acero.
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dicembre 21, 2007

La corretta forma mentale

Posted By: Fausto Baccino - dicembre 21, 2007

Se vi lasciate veramente conquistare dal bonsai, vi accorgerete probabilmente che poco per volta il vostro stile di vita cambierà e così le vostre abitudini: le vacanze, ad esempio, includeranno sia spedizioni per raccogliere piante sia visite a mostre in altri paesi; la vostra vita sociale potrà ampliarsi, per includere rapporti con Bonsai Club e la partecipazione a svariati convegni e corsi di perfezionamento.Questo è un aspetto assolutamente normale di qualsiasi hobby, come sa bene chiunque si sia cimentato in sport competitivi, gare di ballo, o abbia collezionato francobolli e trenini elettrici.

Con il tempo la passioni per il bonsai può diventare sempre più intensa, tanto da modificare veramente il vostro modo di vivere: vi potrete sorprendere a pensare al bonsai in ogni momento della giornata...e probabilmente lo sognerete anche di notte.

Tutto questo entusiasmo comunque non è sufficiente per farvi diventare un buon bonsaista; dovete acquisire anche un giusto atteggiamento mentale.

Oltre ad interessarvi di alberi e di coltivazioni in senso lato dovrete sviluppare una certa attitudine critica verso la bellezza, la forma e l'equilibrio. Solo in tal modo imparerete a distinguere un albero veramente bello da uno che non raggiunge neppure lo standard.
Essere paziente è naturalmente una condizione: se è vero che è possibile creare un albero accettabile in pochi minuti, con un'adatta impostazione e applicazione del filo, ci vogliono come minimo tre anni per realizzare un bonsai, e farlo veramente bello può prendere tutta una vita o anche di più.

L'albero "perfetto" non esiste, poiché la perfezione è sempre una questione di gusto individuale: potrà esserci sempre qualcuno che trova qualcosa di sbagliato in un particolare albero. Questo però non deve trattenervi dal continuare a desiderare e cercare la perfezione.
L'umiltà è un'altra qualità che l'appassionato di bonsai dovrà tentare di acquisire. E' molto probabile che ben presto vi rendiate conto che il Creatore o la natura fanno la maggior parte del lavoro; voi potete solo dar loro una mano.

Quando si guarda un bell'albero cresciuto all'aperto si resta ammirati di fronte alla bravura della natura. Ci si sente pervasi da un profondo senso di umiltà quando si comprende che un essere umano non potrebbe mai creare qualcosa di così bello. Uno dei motivi del fascino dei bonsai è lo stupore che questi piccoli alberi provocano nella gente.

Per alcuni tale esperienza è una forma di vibrazione in sintonia con la natura; per altri è come un risveglio dell'anima verso una più alla forma di sensibilità.
Il fatto è che il bonsai ha certamente qualità mistiche o "terapeutiche" che toccano lo spirito umano.
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