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aprile 16, 2009

Sostanze di crescita nelle incisioni d'innesto

Posted By: Fausto Baccino - aprile 16, 2009
L'uso sperimentale sui tagli di chinetine ha dimostrato, una relazione precisa tra la quantità di callo cicatriziale prodotto e questa sostanza.

La chinetina assommata ad acido abscissico ed auxina, indubbiamente facilita la formazione del callo e la saldatura dell'innesto.
Nelle operazioni d'innesto va rispettata la polarità delle marze.

Gli innesti attecchiscono sempre se sono innesti autoclonali. Di norma varietà diverse della stessa specie, hanno buone possibilità d’attecchimento innesti intervarietali.

Innesti di specie diverse dello stesso genere, innesti interspecifici, non sono facilmente prevedibili. In questo coso occorre attenersi ad innesti consolidati dalla pratica agronomica. Remote sono le possibilità degli innesti intergenerici.

Le tecniche d’innesto conosciute sono essenzialmente due, la tecnica a marza e la tecnica a gemma.
A) - Tecnica a marza.
Si articola nei seguenti metodi:
A1) - Innesto all'inglese od a doppio spacco.
A2) - " a linguetta.
A3) - " a spacco naturale. {Inglese laterale, a penna laterale, laterale maiorchina
A4) - " a spacco.
A5) - " a triangolo.
A6) - " a corona.
A7) - " per approssimazione. {Semplice, a doppio spacco, ad intarsio
A8) - " di ringiovanimento.
A9) - " a ponte.
Tutti questi innesti possono poi essere attuati sulle radici, sul colletto, sul fusto.
B) - Tecnica a gemma .
Si articola nei seguenti metodi:
B1) - Innesto a gemma. {A T, a T invertito, a pezzo, a zufolo, ad anello, alla maiorchina
Tra tutti i metodi citati, nella tecnica bonsaistica si usano soprattutto:
Della prima tecnica, l'innesto a spacco, l'innesto laterale, l'innesto per approssimazione, l'innesto a corona.
Della seconda tecnica, l'innesto a gemma a T, l'innesto a pezzo.
Secondo il nesto usato, (si chiama " nesto " il materiale da impiantare sul soggetto), gli innesti si
possono poi ancora classificare come:

Innesto di ramo, innesto di germoglio, innesto di radice.

Analizziamo nel dettaglio questi metodi.

Tecnica a marza.
Metodo a doppio spacco.
Si usa per innestare materiale piuttosto sottile da 0,5 ad 1 cm. E' un metodo che ha molte possibilità di successo e presenta unioni forti e velocità di saldatura, si esegue su marze e soggetti dello stesso diametro. Può essere usata per abbassare piante che a fronte di una parte apicale ben formata, presentano un'eccessiva altezza ed un tronco cilindrico (scarsa conicità).

La difficoltà d’applicazione del metodo sta nella difficoltà di praticare i tagli sulla marza e sul soggetto in modo che siano esattamente ugua li, le superfici dei tagli devono essere perfettamente liscia, occorre quindi operare con coltelli affilatissimi.

Sui diametri indicati i tagli devono avere una lunghezza che vari da 2 a 4 cm. Si fa un primo taglio su entrambe le parti da innestare, poi sulle superfici attenute si esegue un secondo taglio in senso opposto al primo. Questo sarà situato a circa un terzo della lunghezza del precedente dal vertice di questo, e sarà lungo circa la metà del primo, e condotto a questo il più parallelo possibile. Le due parti dell'innesto vanno poi infilate l'una nell'altra incastrando le due linguette ricavate con il primo taglio.

E' importante che lo strato cambiale della marza e del soggetto combacino tra loro per il maggior sviluppo perimetrico possibile. Nel caso i diametri sono eguali, e le sezioni praticate sono della stessa lunghezza, le zone cambiali combaceranno per il loro intero perimetro. Le due parti dell'innesto unite dovranno poi essere assicurate con una legatura di rafia o cotone su tutta quanta la superficie del taglio, quindi questa sarà impermeabilizzata con cera o mastice da innesto.

La ceratura può essere evitata se i tagli sono protetti dall'essiccamento ponendoli nella sabbia, proteggendoli con torba umida, usando nastri adesivi impermeabili o strisce di teflon. Le legature strette eviteranno un ec cessiva formazione di callo cicatriziale riducendo l'inesteticità delle saldature. Occorrerà però tenere controllate le legature per evitare che un eccessivo ostacolo allo sviluppo, produca altrettanto antiestetiche strozzature sul tronco del nostro araki.

Metodo a spacco semplice.
Questa è una delle procedure più antiche e più usate nella propagazione agricola, mentre nella tecnica bonsaistica da risultati abbastanza scadenti sotto il profilo estetico. E’ usato per effettuare innesti di punta sulle conifere ( ten-tsugi ) o per ottenere tronchi multipli da uno stesso ceppo (tsukami-yose).

Si applica su alberi a nervatura verticale e distesa. Il periodo per applicare questa tecnica sulle conifere è la fine dell'inverno, quando la pianta è ancora a riposo, la possibilità d’attecchimento aumentano quando si pratica in primavera. Nel momento in cui le gemme del soggetto cominciano ad ingrossarsi, ma prima che inizi l'attività vegetativa.

La corteccia per garantire l'attecchimento dell'innesto non deve "dare la buccia".

Le marze devono essere costituite da legno di un anno in riposo, a volte occorre conservarle in
ambiente refrigerato fino al momento dell'impiego.

Tecnicamente l'innesto si fa operando uno spacco radiale o tangenziale sul soggetto; nello spacco vanno poi inserite una o due marze, previa separazione dei lembi di questo con un oggetto divaricante (esempio un cacciavite). Le marze vanno preparate a cuneo lungo ed affusolato verso l'estremità e con la parte esterna più larga del lato interno. La tensione dello spacco del porta innesto presserà le marze al suo interno. La pressione sufficiente a garantire un adeguato contatto tra le zone cambiali delle due parti dell'innesto.

L'innesto andrà in ogni modo legato e paraffinato nel modo già citato pri ma.

Metodo ad innesto laterale.
Si differenzia in tre varianti:
1) - Innesto a penna laterale.
2) - " inglese laterale.
3) - " intarsio laterale od alla maiorchina.

La prima variante è usata per l'innesto di base delle conifere, (moto - tsugi), è applicata su materiale compreso tra i 3 - 8 cm. di diametro. Si opera un incisione alla base del portainnesto con un angolo di 20° - 30° rispetto all'asse di questo, l'incisione dovrà essere profondo non meno di 3 cm. In questa situazione agendo sulla parte alta del soggetto con una flessione, il taglio si apre leggermente, richiudendosi al cessare della flessione. La marza è normalmente un apice lungo circa 8 - 10 cm. con 2 - 3 gemme nella sua parte basale.

Occorre praticare un taglio molto liscio di circa due cm. di lunghezza, così preparata dovrà essere inserita nel soggetto con un angolo che consentirà la massima sovrapposizione delle zone cambiali delle due parti dell'innesto. Si può evitare la legatura delle parti, mentre occorre para ffinare il punto d’innesto.

La seconda variante è usata per innestare piante sempre verdi da appartamento a foglia larga, perciò la sua descrizione sarà tralasciata.

La terza variante è particolarmente usata sulle aghifoglie coltivate in vaso, essa ha inoltre il pregio d’essere molto semplice nell’esecuzione.

Si prepara il portainnesto operando un taglio superficiale verso il basso lungo da 2 a 4 cm.
interrompendolo appena sopra il colletto. Alla base di questo taglio n’ operato un secondo rivolto verso il centro del soggetto, questo deve essere rivolto leggermente verso il basso fino ad incontrare il primo. La marza poi dovrà presentare in lunghezza e larghezza gli stessi tagli del soggetto.

Dopo essere inserita nel portainnesto occorrerà fare la lega tura delle parti e quindi paraffinare il tutto. Le piante preparate con questa tecnica sono mantenute sotto "mist " per alcune settimane, dopo l'unione, il soggetto che sporge sopra il gentile può essere rimosso gradualmente od in una sola volta, in casi di ricostruzione può anche essere mantenuto in sito.

Metodo d’innesto per approssimazione.

E' il metodo più utile nella tecnica bonsaistica, ed è anche quella che garantisce i migliori risultati
d’attecchimento. Caratteristica di quest’innesto è che esso prevede l'unione di due piante indipendenti ed autonome, anche se per estensione questo tipo di tecnica si può estendere anche a due parti dello stesso albero connesse entrambe alla radice. A saldatura avvenuta occorrerà recidere la chioma del soggetto e la base del gentile. Talvolta è necessario eseguire queste asportazioni gradualmente anziché in un sol colpo.

Questo metodo permette di ottenere ottimi risultati d’attecchimento anche con specie difficili da
innestare con altre metodologie, esso è usato comunemente tra piante coltivate entrambe in vaso, si applica a vegetazione in corso, quindi nel periodo primaverile - estivo.

Esistono di questo metodo tre varianti:
1) - innesto per approssimazione semplice.
2) - " " " a doppio spacco.
3) - " " " ad intarsio.
Analizziamo nel dettaglio queste varianti:
Approssimazione semplice.
Si fa operando, sulle due piante da innestare, due tagli con cui si asportano corteccia ed una sottile
sezione di legno per due o tre centimetri di lunghezza. I tagli lisci e perfettamente complanari devono
permettere che le due parti consentano un perfetto e stretto contatto tra le zone cambiali. Legate le due
superfici di contatto s’impermeabilizza il tutto. Il tempo di saldatura in alcuni casi può essere
particolarmente lungo, occorre attendere a fare la rimozione delle parti eccedenti la stagione vegetativa
successiva a quella d’impianto. A volte richiede riequilibrare le parti aeree in rapporto alla consistenza
degli apparati radicali dei simbionti, (individui costituenti le parti dell'innesto), impiegati.
Tralasciamo la descrizione della variante e a doppio spacco inglese perché le applicazioni non cambiano
rispetto alla prima variante, mentre è solo più complessa la sua esecuzione.
Approssimazione ad intarsio.
E’ usato quando il portainnesto ha la corteccia più spessa della marza: in questo caso occorre praticare
nella corteccia del soggetto un intaglio lungo dai 7 ai 10 cm., la larghezza di questo andrà calcolato sul
diametro della marza da innestare. Le incisioni, parallele che determinano l'intaglio, andranno
leggermente svasate verso l'esterno in modo che la marza cui sarà praticata un incisione che asporti la
corteccia ed incida leggermente il legno si possa appoggiare sul fondo dell'intaglio. La corteccia della
marza dovrà poi essere rifilata sulla lunghezza in modo da mostrare lateralmente il tessuto cambiale.
La marza inserita nell'intaglio del soggetto dovrà essere tenuto in sede con una chiodatura, od
interponendo tra la marza e la successiva uno spessore che la mantenga in sede. La legatura va poi
come il solito paraffinata. Nell'anno successivo, a saldatura avvenuta si asporteranno le parti inutili dei
simbionti. Quest’innesto va operato in piena vegetazione e in ogni modo quando la pianta "dà la
buccia".
Metodo dell'innesto a corona.
Si usa per inserire diverse marze sulla testa del portainnesto, questa si posizionano in modo radiale
praticando nel soggetto dei tagli lungo le direttrici del tronco fino ad incontrare il legno. Quest’innesto
va praticato quando l'albero è in piena attività, quando il legno "dà la buccia". Le marze preparate a
cuneo con doppio piano inclinato vanno poi inserite tra la corteccia ed il legno, quindi si effettua la
legatura che va paraffinata come già più volte indicato. Questo tipo d’innesto produce l'unione dei due
simbionti meno saldo d’altri metodi, quindi anche nell'anno successivo all'attecchimento occorrerà
proteggere l'innesto dal vento che potrebbe staccare le marze innestate. Questo metodo, nella tecnica
bonsaistica è usato per produrre lo stile a scopa rovescia su specie che non emettono facilmente gemme
nella zona cambiale dei tagli, oppure per ottenere bonsai a tronchi multipli.
Tecnica a gemma.
Mentre nell'innesto a marza questa è costituita da un breve ramo con alcune gemme, in questa seconda
tecnica si utilizza una sola gemma ed un piccolo pezzo di corteccia con o senza legno.
I processi fisiologici che interessano quest’innesto sono gli stessi che interessano quello a marza.
Quest’innesto si esegue durante tutto il periodo vegetativo, purché non intervengano situazioni
ambientali che ostacolando lo sviluppo della pianta impediscano il distacco della corteccia dal legno,
situazione che come abbiamo già visto in precedenza vada sotto il termine tecnico di: "Dare la buccia ",
solo nell'innesto a gemma ad intarsio si può operare anche se questa condizione non è rispettata.
Quest’innesto ed in particolare il metodo a T, richiede in assoluto meno lavoro dell'innesto a marza, ed
ha se eseguito in condizioni propizie un’altissima percentuale d’attecchimento. E' però un tipo d’innesto
che si esegue quasi esclusivamente su piante o branchette giovani.
I periodi dell'anno in cui le piante presentano la caratteristica di "dare la buccia " e le gemme da
innestare siano ben sviluppate sono tre; nel nostro emisfero corrispondono con i mesi di: luglio -
settembre (innesto autunnale), marzo - aprile (innesto primaverile), fine maggio inizio giugno (innesto
di giugno).
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aprile 15, 2009

La margotta è una tecnica di propagazione di antica origine cinese

Posted By: Fausto Baccino - aprile 15, 2009
Tecnica della margotta

I cinesi sono sempre stati apprezzali per il loro ingegno: la ruota, la bussola, la porcella­na, la polvere da sparo e persino il bonsai sono solo alcune delle invenzioni loro attri­buite.

La propagazione di piante per mezzo della margotta è un'altra utile invenzione che si ritiene abbia avuto origine in Cina. È da più di 1500 anni, probabilmente, cbe si fanno margotte e questo metodo è ancora ampia­mente usato al giorno d'oggi. Gli antichi cinesi con ogni probabilità scopri­rono questo procedimento assolutamente per caso: osservando ad esempio un albero o un ramo parzialmente rotto che aveva prodotto nuove radici nel terreno.

Nelle condizioni di caldo umido tipiche dei tropici, la margotta è un procedimento velo­ce che viene frequentemente applicato; in India, ad esempio, molte varietà di alberi da frutto come il mango e la guava vengono moltipllcate con questo metodo. Usualmente, si applica un grumo di sfagno attorno a un ramo parzialmente tagliato. Questa pallottola viene quindi legata con un tessuto vegetale e nello spazio di alcune set­timane si forma una nuova massa di radici.
II vantaggio principale di questo tipo di mar­gotta è che se ne ottiene un albero maturo che produce già frutta in giovane età e in brevissimo tempo.
Tutto ciò naturalmente ne fa un metodo ideale per il bonsai; si potrà ottenere un al­bero maturo in una frazione del tempo che ci vorrebbe per crescerlo, con un tronco si­mile, da seme o da talea. In più, la margotta da la possibilità di scegliere un ramo in par­ticolare, che abbia una forma adeguata al nuovo soggetto che si vuole realizzare. È abbastanza sorprendente, quindi, che no­nostante tutte queste buone ragioni la mar­gotta sia così poco usata, professionalmente, come un'efficace tecnica per la produzione di bonsai. Il motivo addotto generalmente dai vivaisti è che la margotta richiede troppa inanualità e attenzione, ma io sospetto che il vero motivo sia il non voler smembrare lo stock di piante madri, utilizzandone i rami più belli.

Un acero palmato var. Deshojo, coltivato nello stile a due tronchi e ammirato per il colore carminio della sua chioma, è pure molto bello senza foglie quando, nel tardo autunno, i giovani rami sono ancora rosseggianti.

Come nel caso del materiale che si può raccogliere all'aperto, la disponibilità di rami è relativamente limitata. Una volta che si sia esaurita ci vorrà parecchio tempo prima che altro materiale della stessa qualità sia disponibile.

Per quanto riguarda gli appassionati di bonsai, in ogni caso, la margotta è un metodo ideale di propagazione delle piante in quan­to è semplice, economico e veloce. Coloro che l'hanno già sperimentato saran­no certamente d'accordo nel riconoscere che da molta soddisfazione vedere le radici for­marsi dal nulla, in così breve tempo. In real­tà la margotta è uno dei processi più affasci­nanti del giardinaggio.

foto acero palmato

Un acero palmato var. Deshojo, coltivato nello stile a due tronchi e ammirato per il colore carminio della sua chioma, è pure molto bello senza foglie quando, nel tardo autunno, i giovani rami sono ancora rosseggianti.

Principi di base

La tecnica della margotta richiede che si in­terrompa la discesa della linfa in un punto del ramo. Quando ciò avviene, il ramo, nel tentativo di sopravvivere, cerca di creare un ponte di tessuto oltre lo sbarramento, oppu­re di formare nuove radici, per trovare umi­dità e nutrimento nelle immediate vici­nanze.
Si possono applicare due metodi per inter­rompere il flusso della linfa, con alcune va­rianti nella tecnica di applicazione. Il primo metodo consiste nel tagliare un anello di corteccia tutt'intorno al ramo o al tronco, mentre il secondo richiede l'applica­zione di un tornichetto attorno al ramo, in modo che la linfa non possa passare. Essendo l'interruzione della linfa un inter­vento traumatizzante, spesso è consigliabile lasciare una strisciolina di corteccia perché agisca come un ponte e consenta al ramo di essere ancora nutrito, anche se in misura ri­dotta.
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Adattare il metodo alla varietà dell'albero

La scelta della tecnica più adatta dipende fortemente dalla varietà dell'albero: ad esempio alcune essenze reagiscono bene al­l'asportazione dell'anello di corteccia, altre lo subiscono come uno shock troppo grave, e possono anche morire. Ciascuno può, con l'esperienza, scoprire quale varietà di albero risponde bene a un metodo piuttosto che all'altro. Io comunque trovo che l'asportazione della corteccia è particolarmente valida per le seguenti varie­tà: acero giapponese, acero tridente, olmo cinese, zelcova, tutti i ginepri, salice e coto-neaster.

Ho anche sperimentato che, nonostante si possano far margotte praticamente in tutte le parti dell'albero, il punto migliore è subito sotto la biforcazione di un ramo. Questa è tra l'altro la posizione raccomandata sia dai cinesi che dai giapponesi.

La margotta è particolarmente indicata se usata su alti alberi di vivaio, coltivati per i giardini.
Questi alberi sono stati privati di tutti i ger­mogli fino a un'altezza di circa un metro e ottanta; ciò lascia loro una 'testa' di rami che nascono in cima a un lungo tronco nudo. Da uno solo di questi soggetti si possono ricava­re 9 o 10 nuove piante, facendo margotte su tutta la sua altezza.
Selezionando le varietà di alberi che radica­no facilmente in questo modo e facendo un paio di margotte su ognuno di essi, potrete ottenere nello spazio di una sola stagione ve­getativa non meno di sei o sette nuovi sog­getti.

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Come accorciare I tempi: In termini di tempo, il bonsai è lento

Posted By: Fausto Baccino - aprile 15, 2009
II ginepro comune (Junìperus communis) cresce sia in terreni acidi che calcarei. Questo soggetto ha una forma notevole ed è il tipico materiale che si può trovare in natura: la sua altezza di circa 1 metro e mezzo lo rende inadatto alla coltivazione bonsai.

In termini di tempo, il bonsai è lento: il pro­cedimento per creare un albero piacevole può richiedere decenni. Bisogna pensare in termini di anni e stagioru vegetative piuttosto che in mesi o giorni. In un certo senso, ciò è tipicamente orientale dal momento che in quella cultura tutti ac­cettano che certe cose semplicemente non possono essere fatte più in fretta.

La pazienza viene considerata dagli orientali come una virtù cardinale: in genere non e e alcun dispiacere nell'avere da aspettare. Tutto ciò si adatta bene al bonsai: aspettare che l'albero maturi fa parte del divertimen­to... come dire che è piacevole invecchiare insieme con il proprio albero. I vecchi bonsai possono addirittura diventa­re un'eredità che passa di generazione in ge­nerazione.

Recentemente, tuttavia, i valori sono cam­biati, molto probabilmente per l'influenza occidentale, e si cerca di superare questa ve­nerazione per l'età.
Sempre più spesso si cerca di insegnare a. pubblico che l'età di un albero non è così im­portante come la sua bellezza. Nonostante questa tendenza, l'età dell'albe­ro, intesa in primo luogo come il tempo ne­cessario alla sua coltivazione, resta una delie qualità intrinseche più importanti di ur. bonsai.
Una delle domande che più di frequente <: ascoltano alle mostre è: «Quanto è vecchie quest'albero?». Immancabile sarà la delusio­ne nel caso in cui alla fine il bonsai non ri­sulti tanto vecchio quanto ci si aspettava che fosse. C'è qualcosa di speciale in un vecchio bonsai. Questa età apparente è spesso une dei fattori principali che distinguono un ca­polavoro da un bonsai comune. Come per gli oggetti di antiquariato, il tem­po passato infonde nel bonsai una certa qualità e suggestione, che vengono percepi­te da chi lo guarda: è però qualcosa di cosi sottile che è difficile descriverlo a parole. Fa parte della natura umana, comunque, es­sere impazienti, il che significa che molte persone cercano di imboccare delle scorcia­toie per raggiungere i loro obiettivi.

Questo desiderio di risparmiare tempo e fatica non è necessariamente negativo: infatti è una delle spinte del progresso. Nel bonsai svariati metodi per 'bruciare le tappe' sono stati escogitati nel corso dei secoli. Anche se in origine queste tecniche non erano stat studiate per scopi commerciali, esse oggi sono molto importanti sia per l'appassionato che per il professionista. Esse permettono infatti di aumentare il quantitativo di bonsai commercializzati, ma anche di godere della bellezza di un albero in tempi molto più bre­vi. È chiaro infatti che tanto l'amatore quan­to il commerciante preferiscono vedere pre­sto i risultati dei loro sforzi. Queste tecniche speciali, sviluppate nel frat­tempo, rendono possibile tutto ciò. I metodi che vengono descritti nelle pagine seguenti saranno poi spiegati con maggiori dettagli nei capitoli successivi.

foto ginepro:

Questo ginepro, dal legno vecchio e contorto ha una naturalezza e un vigore che non possono essere ottenuti artificialmente. Raccolto in natura nell'83, ha richiesto pochissimi interventi, se non cambiare il suo assetto da orizzontale a verticale.

foto ginepro comune:

II ginepro comune (Juniperus communis) cresce sia in terreni acidi che calcarei. Questo soggetto ha una forma notevole ed è il tipico materiale che si può trovare in natura: la sua altezza di circa 1 metro e mezzo lo rende inadatto alla coltivazione bonsai.

foto ginepro raccolto:

II materiale bonsai può essere trovato un pò dappertutto.Quest'altro ginepro, raccolto in natura, ha un tronco sbello e dolcemente incurvato que lo rende idelae per fare un literati. Praticamente non ha subito nessun intervento di educazione: bisognerà solo migliorare la forma della chioma.

Grandi alberi di vivaio

Un modo per abbreviare i tempi nel bonsai è partire con alberi di vivaio già di una certa dimensione. Io ho realizzato dei bonsai da alberi che erano alti anche 6-9 metri ridu­cendoli a 60-90 centimetri. In questo modo è possibile risparmiarsi parecchi anni di colti­vazione e nello stesso tempo trarre vantag­gio dallo spessore del tronco che tali alberi hanno raggiunto. Un bonsai con un grosso tronco, a parità di condizioni, colpisce molto più di un albero con il tronco sottile. Le piante decidue sono particolarmente adatte a fare bonsai, poiché producono facil­mente nuovi rami anche dal legno molto vecchio, mentre per le conlfere ciò è molto più difficile. Nei prossimi capitoli (in partico­lare il sesto e il settimo) le illustrazioni mo­strano come certi bonsai sono stati realizzati usando materiale di vivaio già molto svilup­pato, sia con latifoglie che con conifere. Gli alberi usati sono normale produzione di vivaio, reperibile ovunque.

Alberi raccolti

Un altro metodo per ottenere rapidamente un bonsai è quello di utilizzare 'alberi rac­colti'. Con questa espressione normalmente si intendono gli alberi che sono stati raccolti in natura - montagna e foresta - ma io pre­ferisco pensare che la raccolta comprenda un maggiore assortimento di materiale di questo tipo.
Si possono, ad esempio, raccogliere alberi nel proprio giardino o in quello degli amici, così come si può ricavare materiale da siepi, vecchi frutteti o campagne abbandonate, vi­cino alle ferrovie e sui bordi della strada. Questi alberi raccolti hanno la qualità di es­sere cresciuti per molti anni trascurati dal­l'uomo. Hanno perciò un aspetto molto na­turale.
Inoltre, gli elementi e il tempo passato li hanno trasformati in potenziale materiale per bonsai molto pregevole. Nelle regioni di alta montagna, dove le con­dizioni di sviluppo sono molto dure, gli albe­ri crescono spontaneamente ridotti e assu­mono forme particolarmente interessanti a causa degli effetti del vento e della neve. I metodi per trasformare alberi raccolti in bonsai sono descritti in dettaglio nel quinto capitolo.
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Come trattare le margotte delle conlfere e delle latifoglie In genere sulle piante decidue risponde meglio la margotta fatta con il metodo del­l'aspo

Posted By: Fausto Baccino - aprile 15, 2009
In genere sulle piante decidue risponde meglio la margotta fatta con il metodo del­l'asportazione di corteccia. Le conifere, al­l'opposto, radicano meglio con la tecnica che richiede di lasciare un piccolo ponti­cello di corteccia; oppure con quella della strozzatura tramite l'applicazione del torni-chetto.
Il ginepro costituisce una eccezione: quasi tutte le varietà di questa specie, infatti, radi­cano molto rapidamente con la tecnica del­l'asportazione.

L'intervallo di tempo tra la realizzazione della margotta e la comparsa delle radici varia a seconda del­la specie. Ci sono alcuni ginepri che producono radici in circa due settimane; i pini, d'altro canto, sono notoriamente mol­to più lenti.

I pini pentaphilla richiedono addirittura uno o due anni, per formare nuove radici adatte a sostenere adeguatamente la vi­ta del nuovo albero. Ai pini, quindi, si adatta meglio la tecnica del tornichetto, in quanto la rimozione della cor­teccia si rivela troppo drastica. Si può comunque usare una va­riante del metodo dell'asporta­zione della corteccia, lasciando alcuni ponticelli. Con le piante decidue si pos­sono fare delle margotte su tronchi e rami anche molto grandi.
Sono riuscito, ad esempio, a far radicare rami e tronchi di zel-cova di circa 10-12 cm di dia­metro: con i salici piangenti è possibile addirittura raggiun­gere uno spessore di 15-18 cm.

Il modo migliore per ottenere una margotta
Gì, attrezzi e il materiale necessario per fare margotte: un potatoio affilato per togliere la corteccia, una soluzione di vitamina B1 per stimolare la formazione di radici, dei legacci, dello sfagno e alcuni fogli di plastica trasparente.

II periodo migliore per fare margotte è la prima parte della stagione vegetativa, cioè la primavera, quando la linfa comincia a salire abbondante.
Un vantaggio dell'iniziare precocemente sta anche nel fatto che in questo modo da un singolo albero si possono trarre margotte fi­no all'inizio dell'autunno. Alcuni esperti propongono di avvolgere la palla di sfagno con plastica trasparente, so­vrapponendovi un secondo foglio di plastica nera.
Secondo la mia esperienza, però, la plastica scura non è necessaria, poiché lo spessore stesso dello sfagno esclude la maggior parte della luce dalla zona in cui devono nascere le radici.

Inoltre, usando la plastica trasparente, di­venta possibile vedere quando le radici si so­no formate e passano attraverso lo strato di sfagno: si può così sapere esattamente quan­do staccare il ramo dalla pianta madre. Il momento in cui il ramo viene separato dal resto dell'albero è decisivo per il successo della margotta. Infatti, se il ramo vie­ne tagliato troppo presto la mar­gotta non può sopravvivere. La margotta è pronta solo quando una quantità sufficien­te di radici ha riempito la palla di sfagno. Si può a quel punto vedere chiaramente una massa di nuove radici turgide e bian­castre. Quanto più queste sa­ranno abbondanti tanto mag­giore sarà la possibilità di suc­cesso. Il taglio per separare il ramo deve essere netto. Occorre una certa cautela nel manipolare la palla di sfagno quando è piena di radici: alcu­ni propongono di procedere al taglio a piccole porzioni e in operazioni successive, comunque non è necessario. Quando nella margotta si sono formate radici in buo­na quantità, la sua sopravvivenza è assicura­ta anche se si taglia tutto in una volta. A questo punto occorre sistemare il nuovo apparato radicale in un vaso piuttosto gran­de e coprirlo con torba pura. Ho notato che se viene usata la torba da so­la invece del terriccio o sabbia grossolana, le radici restano più integre e quindi la margotta ha migliori probabilità di sopravvi­vere.
Se invece viene usato terriccio pesante, op­pure sabbia o ghiaietta, il peso di questi ma-
teriali rischia di danneggiare le ancora fragi­li radici.
Se la chioma del nuovo alberetto è molto ricca di rami e di foglie occorrerà eliminar­ne una parte, al fine di ridurre la traspira­zione e dar tempo alla margotta di affran­carsi completamente.
È anche buona regola collocare il soggetto appena rinvasato in una bacinella d'acqua, in modo che possa assorbire tutta l'umidità che gli serve.
Può giovare l'aggiunta di vitamina Bl, ma non si deve fertilizzare, poiché in questa fa­se il concime potrebbe danneggiare le giovanissime radici. La cosa migliore sarebbe si­stemare le margotte appena rinvasate in un luogo umido, come una serra fredda, oppu­re in nebulizzazione.
Questo favorisce la formazione di ulteriori radici in breve tempo. Una margotta rinvasata in sfagno puro può riempire il vaso di radici in due o tre setti­mane.
Non si deve assolutamente collocare la mar­gotta appena fatta direttamente in un vaso bonsai; è meglio lasciarla per almeno un an­no in un grande vaso da coltivazione. In alternativa la si può coltivare, per un an-
no ancora, in una grande seminiera o addi­rittura nel terreno, affinchè le radici possa­no irrobustirsi; ciò permette poi la loro ma­nipolazione e il successivo rinvaso in un contenitore bonsai.
L'anno successivo si potrà cominciare a tra­sformare la margotta in un gradevole bon­sai: dopo il rinvaso si possono già educare e perfezionare i rami e la struttura in genere. Col tempo diventa praticamente impossibile dire se il bonsai è stato prodotto con una margotta o con un metodo più tradizionale, come il seme, la talea o l'innesto
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gennaio 16, 2009

I primi passi: coltivare da semi, da talee ed altre tecniche

Posted By: Fausto Baccino - gennaio 16, 2009
TORIKI - Piante ottenute da propaggine.
La propaggine è la tecnica di far sviluppare, radici da un ramo, mentre è ancora unito alla pianta madre.

Questo tipo di propagazione, anche se casuale è comune in natura. Questa forma di riproduzione, si estrinseca poi nei seguenti tipi:

Propaggine a capo gatto, propaggine semplice, Propaggine a serpentone, Propaggine cinese o margotta, Margotta su ceppo, Propaggine a trincea o di moltiplicazione, per ultima esiste una tecnica intermediacon la talea, questa pratica è particolarmente usata nella tecnica bonsaistica. Molti dei tipi di propaggine citati rivestono interesse unicamente industriale. Gli usi di questa tecnica, sono essenzialmente quattro:


1) - Propagazione di piante da frutto che si riproducono naturalmente con questo sistema.
2) - Riproduzione di piante di clone le cui talee non radicano facilmente.
3) - Riproduzione commerciale di piante di grosse dimensioni in breve periodo.
4)- Riproduzione di un piccolo numero di piante, abbastanza grandi, con il minimo d’attrezzatura possibile.
Quest'ultimo uso è quello che fa spesso prediligere tale tecnica dai bonsaisti che desiderano avere piante di forma ideale con brevi tempi di formazione. I limiti di questa tecnica sono di contro legati alla capacità delle varie specie di emettere radici avventizie dai rami e dal tronco. I fattori, che influenzano la moltiplicazione per propaggine, sono:

1) - La nutrizione. Essa è continua perché, la sezione da radicare è alimentata con acqua e sali minerali dallo xilema, che tutte le tecniche di propagginazione considerano sostanzialmente intatto per almeno i 2/3 del diametro della pianta.

2) - Il trattamento del fusto. Tale trattamento è quello che induce la formazione delle radici avventizie, esso è costituito da alcune manipolazioni queste hanno lo scopo di interrompere parzialmente, o totalmente il trasporto delle molecole organiche verso il basso. Queste sostanze, (carboidrati, auxine, ed altri ormoni di crescita), si accumulano nei punti immediatamente a monte degli interventi, ove si ha la formazione di un callo cicatriziale con conseguente emissione di radici. L'area d’origine delle iniziali radicali si ha nella zona di separazione tra il cambio ed il floema (libro).

La sezione da radicare necessita secondo la facilità ad emettere radici avventizie, di essere piegata a "V" stretta, o, strozzate con filo di ferro, o parzialmente rotta, intaccata od anulata, le ultime tre possibilità scopre ndo la zona d’emissione radicale, facilita no la produzione di queste strutture per evitare una rapida cica trizzazione.

Nel caso d’intaccature occorre inserire tra le labbra del taglio un elemento d’interposizione, nel caso d’anellatura occorre invece raschiare completamente i residui cambiali dopo aver asportato la corteccia.

3) - Esclusione della luce. Eliminare la luce dalla zona in cui devono formarsi le radici (iniziali radic ali) è condizione comune a tutte le metodologie di propagginazione. Le tecniche d’esclusione della luce sono essenzialmente due:
l'imbiancamento e l'eziolatura.
Il primo metodo si attua quando il fusto esistente è mascherato con sostanze opache alla luce nella zona di radicamento.
Il secondo si attua durante lo sviluppo del fusto in assenza o riduzione della luce.
L'applicazione di questi due metodi è il presupposto del successo della propaggine nella ma ggior, parte dei casi riguardanti alberi con scarsa attitudine al radicamento.

5) - Condizioni fisiologiche della pianta. Molto spesso il risultato corretto della propaggine è associato ai periodi vegetativi della pianta, in particolare alcune specie radicano più facilmente quanto maggiore è il trasporto dei carboidrati e degli ormoni verso le radici al termine del periodo vegetativo.

Le parti giovani delle piante hanno più facilità a radicare, quindi vanno usate le parti apicali dei rami o quelle ringiovanite da pratiche di potatura.
Si adattano alla propagginazione, tutte le tecniche di radicamento che si usano nella tecnica della talea.

La formazione di radici, dipende poi dal mantenimento dell'umidità, dalla buona aerazione del substrato dalla temperatura moderata del medesimo. Tra i tipi di propaggine già citati hanno interesse bonsaistico, la propaggine semplice, la propaggine cinese (margotta), la margotta - talea; esa miniamo nel dettaglio ogni singola tipologia.

a) - PROPAGGINE .SEMPLICE
Questa tipologia si attua su branche di un anno a riposo. Si scelgono branche basse, flessibili, facili ad essere piegate nel terreno. All'inizio della primavera o nel tardo autunno quando la pianta è a riposo si effettua una prima piegatura verso terra, una seconda piegatura è effettuata a breve distanza dall'apice del ramo da propagginare, questo è poi fissato nel terreno con pioli, o cavalletti di filo metallico rivestito.

E’ bene procurare ferite, intaccature, anulazioni, o strozzature, queste stimoleranno l'emissione di radici.
Questa tecnica può essere applicata anche ad alberi coltivati in vaso, le branche basali trattate saranno interrate in vasi diversi dal contenitore della pianta madre.
Le propaggini semplici fatte in primavera, di solito emettono una sufficiente quantità di radici già nel primo anno di coltivazione, possono quindi essere rimosse sia in autunno sia nella primavera success iva, è utile asportare le propaggini quando le piante sono in riposo vegetativo. Le propaggini operate in estate, sono rimosse nella primavera successiva, sempre prima della ripresa vegetativa; meglio ancora se si possono lasciare collegate alla pianta madre fino al termine dell'autunno successivo.

Tutte le propaggini separate vanno trattate come le talee radicate.
b) - PROPAGGINE CINESE (MARGOTTA). E' una tecnica attuata su piante adulte d'alto fusto, si può praticare su piante coltivate all'aperto in piena terra, ed in zone non basali dell 'albero, la margotta, deve essere protetta con pellicola di polietilene. Più il legno su cui si applica questa tecnica è vecchio minore è la produzione di radici. Le piante prodotte, di maggior mole, si curano con maggior difficoltà dopo il radicamento.

La presenza di foglie attive sulle branche aumenta la formazione di radici. La margotta si esegue durante il periodo vegetativo e comunque dopo lo sviluppo di un sufficiente numero di foglie.
Vi sono alcune procedure per eseguire la margotta, ognuna ha un suo preciso campo d’impiego esse sono: l'intaccatura, l'anulazione, l'anulazione leggera più legatura.

L'intaccatura si usa su piante di facile radicamento, quali il ficus. L'anulazione si usa su piante con poca disponibilità al radicamento, o con corteccia fortemente fessurata. L'anulazione leggera con legatura si usa su alberi a crescita molto rapida e con corteccia liscia e discreta capacità al radicamento, ad esempio gli aceri.

1) - Intaccatura - Si pratica un taglio obliquo di circa 1/3 del diametro del la branca interessata. Le due superfici del taglio vanno separate con una lastrina metallica, ad esempio rame od alluminio, si prestano bene i fogli d’alluminio che servono per impacchettare i surgelati, in alternativa si possono usare pezzi di polietilene, vinile oppure interporre un frammento di legno o dello sfagno.

Nell'intaccatura è bene applicare dell'ormone radicante al 4% d’IBA in talco. il substrato di radicamento inoltre non dovrà essere troppo inzuppato d'acqua per non causare marciume all'incisione, attorno all'incisione così preparata va sistemato il substrato di radicamento (sfagno umidificato con una soluzione di benomil o capta no), questo, strizzato, dovrà formare, attorno alla branca, una palla di almeno tre volte il diametro di questa.

Attorno allo sfagno è legato con cura un foglio di polietilene largo 20 - 25 cm., in modo che il substrato sia completamente coperto. I lembi del foglio vanno ripiegati tra loro in modo che l'acqua d’annaffiatura non vada ad infradiciare lo sfagno. anche le pa rti terminali devono essere attorcigliate e chiuse con legaccini da fioraio, per lo stesso motivo. E' meglio rivestire il tutto con carta stagnola affi nché la luce non interferisca con il processo di radicamento, in alcune specie vegetali quali i ficus, la formazione di radici avviene anche alla luce, è consigliabile in ogni caso l'oscuramento per evitare che all'interno del substrato si sviluppino alghe che possono compromettere il buon esito del nostro lavoro.

Il momento, per togliere la margotta dalla pianta madre, si stabilisce osservando la formazione di radici attraverso la plastica trasparente dopo aver rimosso la stagnola. Il radicamento avviene, di norma, in due o tre mesi, anche se in molti casi occorre più tempo. E' bene che le margotte fatte in primavera non siano rimosse prima che la pianta vada a riposo. Le margotte di alcune specie quali: l'ilex agrifoglio, l'ilex serrata, la siringa vulgaris, l'azalea, il rododendro, la magnolia stellata, il liliodendron, le querce, i faggi, dovrebbero essere lasciate unite alla pianta madre per due anni, anche in questo caso le margotte vanno asportate quando non sono in fase attiva di vegetazione.

E' consigliabile sulle margotte di recente asportazione effettuare una decisa potatura della chioma in modo da allineare questa all'espansione delle radici.

2) - Anulazione - si praticano due incisioni parallele nella corteccia distanti tra loro circa 1,5 cm., indi si asporta la sezione di corteccia separata dai tagli. Con la stessa lama usata per eseguire i tagli si raschia il tessuto cambiale messo a nudo. Sulla parte superiore dell'incisione è bene applicare con l'aiuto di un pennellino a setole morbide dell’IBA al 4%, quindi si eseguono le stesse operazioni indicate al paragrafo "intaccatura".

3) - Anulazione leggera con legatura - Si praticano le incisioni come al punto "2" avendo però
l'avvertenza di tenerle distanziate quel tanto che permetta di inserire tra i tagli un filo d’alluminio di quelli usati per il posizionamento dei rami. Praticate le incisioni si dovranno asportare i residui del cambio come per la metodologia precedente quindi applicare il fito-radicante sul taglio superiore.

Il filo d’alluminio andrà inserito nell'incisione e legato attorcigliandone le estremità con una pinza questa operazione dovrà chiudere il filo in modo che si formi un anello estremamente teso. Terminata questa legatura si eseguono le stesse operazioni indicate per le due tecniche precedentemente descritte.

Quando le margotte radicate saranno invasate, accorrerà mantenerle per un certo periodo in ambiente fresco ed umido. A tal fine i vasi contenenti le margotte possono essere chiuse in sacchi di polietilene trasparente e mantenuti all'ombra.

Se l'operazione d’asportazione è compiuta in autunno, il sistema radicale, purché la temperatura cui è mantenuto durante l'inverno sia sufficiente alta da permetterne l'attività vegetativa, può estendersi tanto da permettere una buona ripresa vegetativa all'aperto nella successiva primavera. Il sistema che da comunque i migliori risultati d’attecchimento delle margotte espiantate è quello di mantenerle per alcune settimane sotto mist prima di metterle all'aperto.
c) - LA MARGOTTA – TALEA E' un sistema misto tra la propaggine cinese e la talea classica. Si
applica a quelle piante che pur producendo facilmente il callo cicatriziale, per un eccessivo apporto e ristagno di carboidrati sul lembo superiore dell'anellatura si induriscono impedendo ai primordi radicali di svilupparsi in iniziali radicali. la tecnica consiste nell'asportare la parte di branca margottata appena questa ha prodotto il callo cicatriziale e quindi trattarla come se fosse una talea, tecnica questa che sarà affrontata nel capitolo seguente.

Nella pratica bonsai la margotta è particolarmente usata perché presenta rispetto alle altre tecniche di riproduzione i seguenti vantaggi:
a) ridurre l'altezza di un albero troppo alto;
b) recuperare da un bel ramo sproporzionato un secondo bonsai;
c) recuperare la parte alta di un albero ben impostato a fronte di una parte bassa spoglia e mal andata;
d) ricavare più alberi da una sola pianta;
e) ottenere un bonsai già relativamente strutturato in breve tempo;
f) ottenere da alberi di grosse dimensioni per stili particolari.

SASHIKI - Piante ottenute per talea.
Talea è la tecnica di propagare vegetali stimolando la formazione di radici avventizie su parti asportate dalla pianta madre. La talea può essere ottenuta da ramo, da gemma con foglia, da radice e da foglia.

Nella talea di ramo e di gemma con foglia la nuova pianta deve formare solo un sistema radicale
avventizio, in quella di radice deve produrre una nuova struttura (chioma) più l'estensione della parte radicale già esistente, in quella di foglia deve rigenerare la parte aerea e quella radicale. La capacità di rigenerare l'intera struttura di una pianta, caratteristica di quasi tutte le cellule vegetali dipende da due fondamentali caratteristiche, la TOTIPOTENZA e la DEDIFFERENZIAZIONE

BASI FISIOLOGICHE DELLA PROPAGGINE PER TALEA
In alcune specie di piante le radici avventizie si formano spontaneamente. Esse possono poi essere di due tipi: radici preformate, radici da ferita. Quelle preformate si sviluppano naturalmente su i rami delle piante emergendo anche quando questi non siano staccati dall’albero; quelle da ferita si sviluppano solo dopo che si è staccata la talea dal resto della pianta.

Tecnica taleale:
Il taglio che si pratica sulla talea danneggia le cellule vegetali, il tessuto xilematico è aperto ed esposto, nella successiva cicatrizzazione e rigenerazione dei tessuti si verificano tre fasi:
1°FASE, le cellule superficiali danneggiate muoiono, si forma una placca necrotica che ricopre la ferita con materiale suberoso (suberino) ed occlude lo xilema con gomma. Questa placca protegge le superfici tagliate dal disseccamento.

2°FASE, le cellule vive sotto la placca protettiva dopo alcuni giorni cominciano a dividersi ed a formare uno strato di cellule parenchimatiche (callo).
3°FASE, alcune cellule situate tra il cambio vascolare ed il floema cominciano a formare radici
avve ntizie, questa fase si chiama rizogenesi e a sua volta si articola in quattro momenti:

1) la dedifferenziazione;
2) la formazione delle iniziali radicali;
3) lo sviluppo delle iniziali radicali;
4) l'accrescimento dei primordi radicali.
La dedifferenziazione - Alcune cellule specifiche, mature, si dedifferenziano in cellule meristermatiche predisponendosi a sviluppare nuovi punti d’accrescimento.

La formazione delle iniziali radicali - Le cellule meristematiche più prossime ai fasci vascolari danno origine alla formazione delle iniziali radicali.

Lo sviluppo delle iniziali radicali - Le iniziali radicali si sviluppano in primordi di radice organizzata.

L'accrescimento dei primordi radicali - I primordi radicali si accrescono ed emergono all'esterno
attraverso il tessuto del fusto, indi si formano le connessioni vascolari tra questi ed i tessuti conduttori della talea.

Nelle talee legnose di piante perenni le radici avventizie di norma hanno origine da cellule vive del parenchima (floema secondario giovane), ma a volte altri sono i tessuti originari, ad esempio, tessuti dei raggi midollari, del cambio, del midollo, o dal floema primario.

Il callo che nelle talee si forma sul taglio, non è necessario allo sviluppo delle radici, anche se in alcune specie esso pare sia il precursore della formazione di radici avventizie.
E' provato che il Ph del mezzo di radicamento influenza il tipo di callo prodotto, questo a sua volta può influenzare l'emergenza delle radici da poco formate.
Un substrato relativamente acido produce nella maggior parte delle specie calli voluminosi e morbidi che permettono un facile radicamento. Substrati basici o molto basici producono calli con struttura calcarea, cellule piccole, ammassate, dunque consistenti, queste talee pur presentando primordi radicali ben formati nel callo non producono radici.

Facilità di radicamento - scelta dei materiali.
La presenza di un anello sclerenchimatico (cellule dure) nella zona di formazione delle iniziali radicali, salvo innumerevoli eccezioni, può costituire una barriera insormontabile al radicamento. Incisioni lungo la periferia del ramo di talea creando una discontinuità nell'anello di cellule dure ripristinano la facilità a radicare.

Nelle talee radicali la formazione di radici avventizie non è garanzia di produzione dei primordi
gemmari, allo stesso modo la formazione di germogli avventizi non necessariamente è garanzia di produzione di radici, in entra mbi questi casi la talea finisce per morire.

Le talee sono condizionate nel radicamento dal rispetto della polarità della parte che si usa. La polarità di un ramo è definita dal verso che collega la parte prossimale più vicina alla base del fusto con quella distale vicino all'apice, quella della radice è inversa alla polarità delle parti aeree. La presenza di foglie sulla talea produce un forte stimolo al radicamento.

Nella tecnica bonsaistica, il tempo che intercorre tra la produzione di una talea radicata ed il
raggiungimento di dimensioni sufficienti ad impostare l'albero è piuttosto lungo, quindi questa tecnica è usata quasi esclusivamente per riprodurre specie per cui non siano possibili altre opzioni riproduttive.

Materiali.
Molte piante radicano facilmente per talea anche se spesso l'età può interferire in modo negativo sull'emissione di radici avventizie, ciò a causa della produzione negli stadi maturi di sostanze inibitrici che bloccano questa tendenza.

Le specie arboree, cespugliose, o sarmentose, da cui si possono ottenere talee sono:
Abies fraseri Corniolo Pino mugo
Acacia spp. Chaenomeles Pino radiata
Acero spp. Cotoneaster Pino di Norfolk
Agrifoglio Criptomeria Platano
A. dei tulipani Deutzia Plumbago
A. della nebbia Eleagnus Podocarpo
A. di giuda Evonimo Piracantha
Albizia (R) Gardenia Quercia (risultati scarsi)
Azalea Gelso Rododendro
Berbereis Gelsomino Rosa polianta
Betulla spp. Ginepro Rosmarino
Bosso Ginkgo Salice
Buganvillea Ibisco Sequoia sempervirens
Calluna Lagerstroemia Sequoia giganteum
Camelia Larice Spirea
Canfora Liquidambar Tasso
Caprifoglio Magnolia Thuia
Cedro Metasequoia Tsuga
Celtis spp. Olivo Weigelia
Chameciparis Olmo Wisteria
Cipresso Pero

Ognuna delle piante sopra elencate sono poi condizionate nella facilità a radicare dai seguenti fattori:
- Condizioni fisiologiche delle piante madri.- Età delle piante madri (meglio la fase giovanile). - Tipi di rami scelti. - Presenza di virosi. - Epoca del prelievo.- Fitoregolatori. - Nutrimento.- Fungicidi. -
Intaccatura del materiale. - Condizioni idriche. - Lunghezza del giorno. - Quantità della luce. - Substrato di radicamento. Per la produzione amatoriale delle talee, poiché la percentuale di radicamento può anche essere relativamente basse, i fattori da tenere in maggior conto sono limitati alla:
- Epoca del prelievo;
- Fitoregolatori e fungicidi;
- Umidità ambientale;
- Substrato;

EPOCA DEL PRELIEVO.
Le talee di piante caducifoglie, se legnose, è bene prelevarle nel periodo di riposo, quelle semilegnose durante il periodo vegetativo.

Il periodo migliore per i ficus è la primavera - estate quando l'attività cambiale è massima. Le azalee a foglia caduca, radicano prontamente se prelevate all'inizio della primavera. Per alcune piante il radicamento avviene anche durante il riposo invernale.

FITOREGOLATORE E FUNGICIDI.
I fitoregolatori più usati sono:
L'acido Beta indol-acetico (IAA);
L'acido Gamma indol-3butirrico (IBA);
L'acido Alfa naftalenacetico (NAA);
L'acido 2,4- Diclorofenossiacetico (2,4D).

Questi prodotti rientrano nel gruppo delle auxine sintetiche e vanno applicate sulla parte basale della talea, a volte per facilitare la produzione di gemme avventizie, che stimola ulteriormente la tendenza alla produzione di radici, si possono trattare le talee con citochinine ( CHINETINE, BA o PBA ).

Ogni applicazione di fitormoni va sempre integrato dal trattamento con anticrittogamici ( captano o benomil ) i fitormoni venduti in commercio sono già associati ad anticrittogamici dispersi nel talco.

UMIDITA' AMBIENTALE.
Si è già precisato che la formazione di radici avventizie, è tra le altre cose, stimolato dalla presenza di gemme e foglie. Infatti, queste proseguendo la funzione clorofilliana apportano alla pianta i carboidrati che risultano tra i co-fattori della radicazione, (è accertato che anche le talee più difficili, radicano con maggior facilità quanto più è basso il rapporto azoto/carboidrati ).

E' noto che le funzioni vitali delle piante è strettamente connessa alla capacità di queste di assimilare acqua, quando l'assorbimento di questo composto è scarso o manca del tutto, le funzioni vitali rallentano fino a cessare del tutto con la conseguente morte dell'albero.

L'assorbimento avviene prioritariamente attraverso l'apparato radicale ed in parte attraverso il sistema fogliare. Nelle talee, in cui l'apparato radicale è assente, l'assorbimento idrico deve avvenire solo attraverso le foglie che per la loro localizzazione possono assorbire ovviamente solo l'acqua che si trova nell'atmosfera sotto forma d’umidità (vapor d'acqua). A livello industriale le talee ottenute in ambiente protetto, sono mantenute umide con il "mist”, ( tecnica d’irrorazione meccanica che mantiene un velo d'acqua sulle foglie).

A livello amatoriale, questa tecnica può essere sostituita da un ambiente in cui l'umidità prodotta
dall'evaporazione del substrato non può disperdersi nell'aria, ciò si può ottenere mantenendo le talee chiuse in sacchi di polietilene a tenuta d'aria. Le talee così confezionate devono essere mantenute in ambiente fresco anche se luminoso, i sacchi di polietilene non devono mai essere esposti anche per brevi periodi ai raggi solari.

KABUVAKE - Piante ottenute per separazione di radici.
Si prestano all’applicazione di questa tecnica, quelle specie che hanno la tendenza a sviluppare polloni radicali, od a presentare un portamento cespuglioso con parecchi fusti emergenti da una stessa radice.

Sono predisposte ad essere moltiplicate per separazioni di radici alcune specie di Rhus, il Gelso, alcune Betulle, i Cotogni, il Chaenomeles, alcune specie di Mognolie, le Gardenie, i Rododendri, le Azalee, alcuni Eleagnus, l'Akebia, il Melograno.

Questa tecnica, come le altre di tipo agamico, mantiene le caratteristiche della pianta madre, ed il materiale ottenuto presenta uno sviluppo più rapido delle piante ottenute da seme inoltre la tecnica della separazione di radice proprio per queste caratteristiche permette di anticipare l'educazione del bonsai in tempi ristretti, infatti, quando la separazione avviene la pianta ha già raggiunto uno sviluppo sufficiente da evidenziare le caratteristiche del futuro bonsai.

La separazione di radice si applica prima che appaiano i germogli in primavera. Essa va poi applicata, in modo differente, a seconda che occorra staccare da una pianta adulta dei polloni radicali o che da un’essenza a portamento cespuglioso si vogliano ottenere più pianticelle.

A) Separazione di polloni radicali.
Per asportare polloni radicali dalla base d’alberi in piena terra, occorre scoprire i medesimi dal terreno che li ricopre scavando attorno alla pianta con una zappetta, ed avendo cura di non rovinare con l'attrezzo le radici capillari del pollone. Va da se che occorrerà separare dalla pianta madre solo quel materiale che abbia una buona distribuzione di rami ed una relativa conicità in riferimento all'altezza complessiva dell'albero.

Rispettate le norme di cui sopra si taglia con una sega, l'arbusto, nel punto d’unione alla pianta madre.

B) Pianticelle ottenute per divisione d’essenze cespugliose.
Queste pianticelle perenni si possono presentare come una serie a volte numerosa di piccoli fusti che partono da un unico ceppo. Occorre estirpare le piante con una vanga, evitando che nell'asportazione il pane radicale sia eccessivamente ridotto. La pianta estirpata dovrà essere ripulita dalla terra, in modo che tutto l'apparato radicale sia messo a nudo, quindi con forbici da potatura ben affilate si suddividono le pianticelle in rapporto al loro grado di sviluppo che i vari fusti presentano.

In entrambi i procedimenti occorre medicare i tagli praticati nella separazione con mastici addizionati ad anticrittogamici specifici contro il marciume. Le piante separate devono essere potate in modo da eliminare i rami inutili o mal posizionati quindi andranno poste in vasi da coltivazione seguendo la stessa tecnica già proposta per le piante raccolte in natura.

TSUGIKI- Pianta ottenuta per innesto.
L'attuazione di quest’antichissima tecnica si colloca ai primordi dei tempi storici. Essa nasce
probabilmente come applicazione della capacità, osservata in natura, che certe piante hanno di saldare tra loro parti del vegetale che casualmente sono accostate forzatamente tra loro. Di certo si sa che in Cina verso il 1000 a.C., questa pratica era considerata un’arte. In occidente, Aristotele (384 - 322 a. C.) illustrò questa tecnica agronomica con specifica conoscenza dell'argomento.

Altrettanta conoscenza dell'innesto avevano i giardinieri romani, ciò è confermato dalla cospicua letteratura in materia trama ndataci. La riscoperta di questa letteratura in periodo rinascimentale, divenne patrimonio comune dell'intera cultura agronomica europea. Nel diciannovesimo secolo, i botanici iniziarono un’analisi sperimentale della tecnica descrivendola in modo molto simile a quella attualmente adottata.

Pur non dando nella tecnica bonsaistica risultati particolarmente armoniosi, e garantendo una ridotta longevità del materiale ottenuto, l'innesto per alcune sue particolarità, è molto utile nella formazione dell'araki.

L'innesto è l'arte di unire insieme due parti distinte di tessuto di una o più piante per formarne un’unica.

Nell'innesto vanno distinte:
La "marza " (o gentile, o nesto); questa è la parte di pianta che originerà la chioma dell'albero.
Il " portainnesto " (o soggetto); questo è la parte di pianta che originerà il sistema radicale.
I principali motivi che inducono i maestri bonsaisti ad usare l'innesto sono:
a) - la possibilità di usufruire dei benefici di alcuni portainnesti;
b) - la creazione di forme speciali in piante adulte;
c) - la reintegrazione di parti di piante danneggiate o mancanti;
d) - la produzione di varietà che non sono ottenibili con altre tecniche di moltiplicazione asessuata.

Come abbiamo citato nella premessa esistono casi d’innesti naturali; è, infatti, possibile osservare due rami che per essere rimasti pressati l'un contro l'altro per lungo tempo tra di loro, si sono innestati naturalmente.

Un esempio classico d’innesto aereo è rappresentato dall'Hedera helix, anche se più significativi sono gli innesti naturali ipogei tra radici. In questi casi l'innesto avviene normalmente tra specie eguali o simili, a volte può succedere che alberi in cattive condizioni di salute sopravvivano per innesto tra radici con un albero contiguo della stessa specie, negli innesti tra radici aeree si è potuto verificare che il loro primo contatto è dato dalla fusione dei peli radicali.

La buona riuscita di un innesto artificiale avviene in conseguenza della guarigione delle ferite di questa pratica.


BASI FISIOLOGICHE DELLA PROPAGAZIONE PER INNESTO.
La sequenza che porta alla cicatrizzazione dell'innesto avviene secondo la seguente cadenza:
1)- il tessuto meristematico della "marza" appena prelevato è messo in stretto ed ininterrotto contatto con il tessuto corrispondente del " soggetto", anch'esso appena tagliato, facendo in modo che le regioni cambiali delle due parti siano il più possibile prossime tra loro. Le condizioni di temperatura ed umidità,
devono essere le più adatte a stimolare l'attività vegetativa delle cellule esposte e di quelle che le
circondano.

2) - inizia la produzione di cellule parenchimatiche da parte delle cellule più esterne delle regioni
cambiali della marza e del soggetto che in breve tempo verranno a congiungersi ed a saldarsi tra loro creando il tessuto calloso,

3) - alcune delle cellule dei calli cicatriziali prossime alle regioni cambiali delle due parti dell'innesto si dedifferenzieranno a loro volta in cellule cambiali interconnesse.
4) - le nuove cellule cambiali produrranno nuovo tessuto vascolare ( xilema all'interno e floema
all'esterno ), è a questo punto che le connessioni vascolari tra marza e soggetto saranno ricostituite, determinando la riuscita dell'innesto.

La saldatura degli innesti è poi condizionata dai seguenti fattori:
L'incompatibilità, - La specie delle piante, - Le condizioni ambientali, - L'attività vegetativa del
portainnesto, - La tecnica di moltiplicazione, - le possibili infezioni, - L'uso di sostanze di crescita.

L'INCOMPATIBILITA’.
Il risultato dell'incompatibilità è la completa o scarsa percentuale d’attecchimento. (a volte
l'incompatibilità si dimostra in tempi relativamente lunghi dopo un iniziale risultato soddisfacente).

LA SPECIE DELLE PIANTE USATA.
Alcune piante sono particolarmente difficili da innestare, anche se non presentano incompatibilità
piante difficili sono il noce nero, la quercia, il faggio. Il melo ed il pero hanno un’altissima percentuale d’attecchimento anche in presenza di tecniche rozze di manipolazione, non così avviene per le drupacee, il pesco è più facile da innestare su specie affini compatibili che sugli individui della sua stessa specie. A volte la percentuale di riuscita aumenta a seconda del metodo scelto ( a marza o a gemma ), in alcuni casi l'innesto è così difficoltoso da consigliare la tecnica per approssimazione tra piante della stessa specie, in questo metodo il permanere delle due piante sulle loro stesse radici facilita l'attecchimento.

LE CONDIZIONI AMBIENTALI.
La formazione del callo come nelle talee richiede di particolari condizioni ambientali, i parametri delle quali sono: la temperatura, l'umidità, l'ossigeno, la luce.
La temperatura: - in quasi tutte le specie vegetali, la massima produzione di callo cicatriziale si ha tra i 4° ed i 32°C., il tasso di sviluppo aumenta proporzionalmente con la temperatura anche se negli innesti in pieno campo temperature relativamente basse, 15° - 20° C. garantiscono un innalzamento della percentuale d’attecchimento.

L'umidità. - le cellule parenchimatiche del callo hanno bisogno d’umidità per sopravvivere, l'effetto dell'umidità sulla saldatura stimola la produzione del callo di sutura. Per ovviare alla perdita d’umidità nelle sezioni dell'innesto si usa paraffinare il punto d’intervento.

Gli innesti di radice che non possono essere paraffinati, sono avvolti in materiali umidi, quali torba o sfagno bagnati, questi oltre che assicurare la necessaria umidità, garantiscono una buon’aerazione.

L'ossigeno. - serve alla produzione del callo di saldatura e ciò dipende dal fatto che la forte
proliferazione del parenchima dovuto alla divisione cellulare, è accompagnata da un'intensa respirazione con conseguente consumo d’ossigeno.

In alcune piante la necessità d’ossigeno è essenziale alla formazione del callo al punto di sconsigliare la paraffinatura degli innesti.


La luce. - spesso la luce inibisce la formazione del callo (es. Prunus serotina ) quindi è consigliabile
oscurare la zona d’innesto con apposite schermature. La mascheratura delle incisioni può risultare utile anche quando l'innesto necessita di temperature relativamente basse, in questi casi è consigliabile avvolgere l'innesto con un frammento di carta riflettente d’alluminio.

L'ATTIVITA' VEGETATIVA DEL PORTAINNESTO.
In alcuni metodi d’innesto, come quello a T o quello a corona, è necessario che la corteccia "dia la buccia ".Questo modo di dire tecnico indica un particolare stadio dell'attività cambiale che permette alla corteccia di staccarsi facilmente dalla parte legnosa. In primavera il risveglio delle gemme determina l'inizio dell'attività cambiale, infatti, la produzione d’auxine e delle gibberelline prodotte dalle gemme passa da queste al fusto.

La produzione del callo, essenziale per l'attecchimento dell'innesto, è maggiore nel periodo a cavallo della germogliazione primaverile, riducendosi poi nel periodo estate - autunno, sarà poi verso la fine dell'inverno che si verificheranno altre condizioni che faciliteranno la proliferazione del callo cicatriziale, anche se questo fatto non è legato all'attività vegetativa delle gemme, questo è il periodo migliore per innestare le conifere.

Gli innesti vanno evitati in primavera per tutte quelle specie che presentano un altissima pressione radicale, queste in presenza di lesioni dimostrano il fenomeno del "pianto " ( travaso di linfa ), gli innesti in queste condizioni non si saldano adeguatamente.

Sui faggi, betulle, aceri conservati in vaso, occorre prima di operare l’innesto primaverile conservarli al fresco con ridotte annaffiature fino a che il "pianto" non cessi. Per i ginepri ed i rododendri, occorre intervenire con l'innestatura solo dopo che sono mantenuti ad una temperatura di 15° - 18° C. per almeno quattro settimane, dopo di che il soggetto è fisiologicamente attivo per saldare la marza.

Su portainnesti superattivi od inattivi, occorre praticare innesti laterali senza che la cima del portainnesti
sia rimossa, lo sarà ad innesto saldato. Nel caso in cui la pianta non è eccessivamente né
insufficientemente attiva, i migliori risultati si hanno rimuovendo la parte superiore del soggetto.

LE TECNICHE DI MOLTIPLICAZIONE.
Talvolta la tecnica d’innesto è talmente approssimativa e scadente che le regioni cambiali, delle parti da innestare, vengono a contatto per porzioni talmente esigue da essere insufficienti all'attecchimento. In altri casi anche se l'attecchimento si realizza, il ponte vascolare che si viene a formare sarà insufficiente a garantire la sopravvivenza del "gentile ". Altri errori tecnici sono la scarsa o tardiva paraffinatura, i tagli irregolari, l'uso di marze appassite.

INFEZIONI VIRALI, DA INSETTI, E CRITTOGAME.
Spesso le difficoltà d’attecchimento derivano dal fatto che il materiale scelto è affetto da virosi, da parassiti animali, che possono cibarsi del callo cicatriziale, l'uso d’attrezzi sporchi può poi essere la causa infettante delle incisioni d'innesto da parte delle crittogame. E' sempre consigliabile disinfettare gli attrezzi con prodotti specifici ed irrorare con anticrittogamici i punti d’incisione e le successive saldature. Spesso è consigliabile irrorare gli alberi da cui si prelevano le marze, e gli alberelli usati come portainnesti prima dell'operazione d’innesto con prodotti a base di rame.


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gennaio 15, 2009

Nutrire le piante in vaso

Posted By: Fausto Baccino - gennaio 15, 2009
In condizioni normali le piante provvedono da sole al loro nutrimento.

L'acqua che i vegetali trovano nel terreno rappresenta l' 80 - 90% del loro peso. Il 9 -18% rimanente è composto dall'anidride carbonica e dall'ossigeno del atmosfera.

Dal punto di vista chimico invece tre elementi (carbonio, idrogeno ed ossigeno) rappresentano il 98 -99% del peso della pianta, (composizione ponderale) il restante 1-2% è costituito da altri 60 elementi.
Sebbene nei terreni normalmente utilizzati per i rinvasi vi sia una notevole riserva di questi elementi la loro disponibilità in forma utilizzabile da parte delle piante, può avvenire solo in particolari condizioni e qualche volta con velocità troppo bassa rispetto alle esigenze della pianta.

Nel periodo di maggior sviluppo vegetativo, occorrerà quindi intervenire ad integrare il terreno con questi elementi in forma disponibile.

Le necessità alimentari non riguardano gli elementi ricuperabili direttamente dall'atmosfera (carbonio, idrogeno ed ossigeno) e neppure la maggior parte degli altri elementi.

Allo stato, attuale delle conoscenze solo 10 di questi sembrano necessari ad un corretto sviluppo
vegetativo, inoltre di quelli di cui si conosce la funzione solo tre (azoto, fosforo e potassio ) sono
assimilati in quantità apprezzabili, il che determina la necessità che la loro somministrazione sia
frequente.

Le piante si alimentano attraverso i peli radicali, con cui assorbono le sostanze nutrienti presenti nel terreno e sciolte nell'acqua. La capacità di assorbire sostanze nutritizie non è localizzata unicamente nelle radici; anche le foglie sono in grado di svolgere la stessa funzione, con tempi di reazione veramente minimi, poiché i fertilizzanti assorbiti da esse vengono a trovarsi direttamente nella zona in cui maggiore è la loro utilizzazione. Per quanto questo metodo possa difficilmente sostituire i tradizionali sistemi di concimazione del terreno, esso offre tuttavia notevoli vantaggi.
Affinché la nutrizione sia buona, le piante devono essere sane, con apparato radicale ben sviluppato, vanno coltivate in terreni adeguatamente drenati ed ossigenati.
L'ASSORBIMENTO.
Questo fenomeno avviene con produzione d’energia da parte delle radici, questa si sviluppa dalla
combustione degli zuccheri e degli amidi, inviati alle cellule radicali, e dall'ossigeno atmosferico: ne consegue che il terreno deve essere sempre ben aerato se si vuole che la pianta assorba efficacemente le soluzioni nutritive del terreno.

Ognuno degli elementi necessari alla nutrizione ha una sua specifica funzione, in particolare, l'azoto, il fosforo, il potassio, lo zolfo, il calcio, e il magnesio che d'ora innanzi citeremo come macro elementi.

L'AZOTO - regola la crescita delle foglie, ritarda la maturazione dei frutti. E' indispensabile per la
formazione delle sostanze proteiche, non può essere assimilato dalle piante se non nella forma ionizzata dei nitrati. ( solo alcuni batteri particolari che vivono sulle radici di alcune leguminose, dove formano caratteristici tubercoli, possono utilizzare direttamente quello atmosferico). La sua carenza provoca dapprima clorosi e se, perdura può far sopraggiungere la necrosi delle foglie.

IL FOSFORO - regola la crescita delle radici, l'indurimento della li gnina (xilema giovane), anticipa la maturazione dei frutti. E’ utilizzato dalle piante per costituire le sostanze nucleo proteiche delle cellule e di molti sistemi enzimatici fondamentali. Esso è utile solo nella forma solubile, ma, pur essendo spesso abbondante, incontra nel suolo elementi, quali il calcio o il ferro o il manganese, che lo fanno precipitare rendendolo insolubile, quindi indisponibile, La sua mancanza non è facilmente avvertibile, in pratica i sintomi non sono molto evidenti: - apparato radicale esiguo, foglie rossastre.

IL POTASSIO - regola la produzione dei fiori e dei frutti, la produzione di lignina. Gioca un ruolo
molto importante nella funzione clorofilliana, pur non essendo un costituente della sua molecola; è essenziale durante i processi di sintesi del trasporto dell’amido. E' forse l'unico elemento che non dà fenomeni tossici per eccesso; tutte le piante manifestano notevoli vantaggi ad una sua
somministrazione. La sua carenza si manifesta con una riduzione della crescita, con macchie clorotiche sulle foglie, arricciatura del bordo fogliare, con frutti a maturazione irregolare.

LO ZOLFO - si trova nella struttura di alcuni aminoacidi, costituenti la base delle proteine. Esso è accumulato nel terreno dall'acqua piovana per dilav amento dei solfuri contenuti nel medesimo; è assorbito in forma di solfato, ma si riduce facilmente in solfito, forma molto tossica per tutti gli
organismi.

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IL CALCIO - le piante lo utilizzano per formare pectato di calcio, che è presente nelle pareti cellulari a cui da consistenza; salifica l'acido ossalico, ( estremamente tossico per le piante ), in ossalato di calcio insolubile e quindi inerte per i tessuti. E' inoltre importantissimo per la costituzione dei terreni, poiché le piante possono presentare od una grand’affinità od una totale insofferenza ad esso.

IL MAGNESIO - E' importante soprattutto per la sua presenza nella molecola della clorofilla e come tale nel processo fotosintetico. Il magnesio facilita anche l'assimilazione del fosforo; la sua carenza è manifestata da un evidente clorosi che inizia a livello delle nervature fogliari per poi estendersi a tutta la lamina con conseguente caduta precoce della foglia.

Esistono poi tra i macro elementi: il carbonio, l'ossigeno, l'idrogeno. I primi due provengono
dall’anidride carbonica dell'aria, il terzo dall’acqua essi sono i principali costituenti degli idrati di
carbonio quindi i protagonisti del processo di fotosintesi.

Oltre quelli sopra descritti, le piante necessitano di quantità estremamente piccole di altri elementi che chiameremo microelementi. Tra i più importanti si possono elencare i seguenti: il ferro, il manganese, il rame, lo zinco, il boro, il molibdeno, il cloro, il cobalto, va però detto che non tutti quelli citati sono strettamente indispensabili ai vari organismi. Inoltre l'eccesso di questi nel terreno è altrettanto nocivo della loro assenza totale.

La scarsità di micro-elementi si riflette su diversi meccanismi fisiologici in particolare sul processo fotosintetico, per questo il primo sintomo che la pianta presenta è quello dell'ingiallimento delle foglie.

Va inoltre precisato che l'eccesso di queste sostanze può presentare i sintomi della mancanza di altri microelementi. Quelli di cui si conosce la funzione sono:

IL FERRO - è importante per la costituzione della clorofilla: anche se non entra a far parte della sua struttura molecolare ( infatti, l'unico costituente minerale di questa è il magnesio), il ferro però ne catalizza i processi di sintesi. E' inoltre necessario nei processi respiratori. La sua scarsità provoca una forte clorosi delle foglie e la morte dei germogli. Esso è particolarmente utile ai fruttiferi, poiché se viene a mancare, la colorazione dei frutti rimane sbiadita.

IL MANGANESE - interviene nella respirazione, nella sintesi proteica, è un catalizzatore dei processi fotosintetici, la sua mancanza provoca la comparsa di chiazze bianche o giallastre sulle foglie, più evidente verso l'estremità dei rami, vale a dire nei germogli apicali. Questa clorosi comincia a formarsi dal margine della foglia verso l'interno, delineando una zona chiara a forma di "V" tra le nervature. La ca renza di manganese si verifica di solito in terreni alcalini, si corregge usando soluzioni fogliari.

IL BORO - le piante a crescita rapida coltivate in terreni sabbiosi o molto alcalini, ( pH superiore a 6 ), soffrono spesso di questa carenza, in queste piante le zone meristematiche, (destinate alla crescita dei rametti e delle radici ), muoiono, mentre i tessuti subiscono delle deformazioni e delle necrosi. Il fenomeno è più evidente nelle piante da esterno quando sono esposte ad inverni piovosi a cui seguono estati molto calde. Si può prevenire la carenza di questo elemento spargendo 1,5 gr. per vasi di 100 cm. 2 di sup. in presenza di terricci sabbiosi, la dose va triplicata se la terra è argillosa.

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IL RAME - i terricci ricchi di torba fresca e quelli molto vecchi e dilavati ingenerano carenze di rame.

La sua mancanza rallenta lo sviluppo delle zone vegetative quando la mancanza si protrae, queste possono morire. Le foglie possono assumere colorazione verde bluastro cupa, o clorosi. I danni da ca renza si curano con il solfato di rame sparso in ragione di gr. 0,15 per vasi di 100 cm.2 di sup., nei terreni torbosi la dose deve esse re aumentata in ragione di 8 volte.

IL MOLIBDENO - è di fondamentale importanza nei processi di riduzione dei nitrati; senza di esso le leguminose non possono fissare l'azoto. Poiché la sua solubilità, nel terreno, è favorita dalla presenza di calcio, è buona norma integrarne la somministrazione con calce agricola.

LO ZINCO - elemento molto esiguo; in sua mancanza l'inibizione allo sviluppo è notevole, i rami
presentano internodi ridotti, le foglie sono piccole e strette, molto fitte a causa della riduzione
internodale, spesso assumono l'aspetto di rosetta, sono clorotiche e cadono prematuramente. Si curano le carenze accertate con la somministrazione di solfato di zinco in ragione di 0,3 gr. per vasi di 100 cm. 2 di sup.

La presenza di quantità molto elevate di questi o d’altri metalli nei terricci può danneggiare od uccidere i bonsai. Va poi considerato, che un terriccio acido tende a fissare il manganese, ed un suo eccesso, come si può avere nei composti di terra di brughiera o di sottobosco, prov oca fenomeni fitotossici poiché danneggia i delicati tessuti degli apici radicali. Alcuni elementi metallici interagiscono con altri già presenti nel terriccio, limitandone in tal modo la loro disponibilità per le piante.

Ad esempio un’eccessiva concimazione a base di fosfati può simulare una mancanza di ferro e di zinco ( rallentamento dello sviluppo ); un uso troppo ripetuto di soluzioni a base di cloruro di potassio può avere come conseguenza un accumulo di cloro nel terreno i cui sintomi fitotossici possono essere confusi con quelli ca usati dalla mancanza del potassio stesso, infatti, i margini delle foglie a causa dell'eccesso di questo elemento si macchiano di marrone. L'eccesso di manganese invece può causare un’apparente mancanza di ferro.

A volte fattori estranei all'alimentazione possono dare sintomi da carenza di elementi nutrizionali, oppure avvantaggiare il bonsai compromesso: il clima freddo umido, può portare miglioramenti in situazioni di grave sofferenza, rallentando i processi metabolici della pianta, mentre un drenaggio inadeguato del vaso, può simulare una carenza di azoto; ed ancora i caratteristici danni prodotti dal vento freddo sono simili a quelli presentati dalla carenza di potassio.

Quando i sintomi di carenze alimentari divengono evidenti la pianta sta già soffrendo da qualche tempo e la situazione qualche volta è definitivamente compromessa al punto di rendere inutile qualsiasi intervento compreso l'uso dei fertilizzanti. Per questo motivo potremo dire con una frase fatta, che è meglio prevenire che curare, ciò significa attuare tutte quelle misure dettate dall'esperienza durante tutto il periodo di vita del nostro bonsai.

Quando si notano i primi sintomi di denutrizione, ci si deve regolare nel seguente modo: da prima occorre diagnosticare la natura della sostanza carente, success ivamente valutare la gravità dell'inconveniente, infine determinare la natura e la quantità del fertilizzante più adatto.

Per realizzare quanto sopra, la via più sicura seppure costosa, consiste nel far eseguire una completa analisi chimica e biologica del terreno usato per i rinvasi, oppure l'analisi istologica dei tessuti fogliari, anche se spesso è più semplice ed efficiente l'assistenza di un esperto. Una
volta che ci si sia fatta un'opinione ben precisa sulla natura della carenza si può intervenire nel modo migliore.

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Nei casi di carenza protratta un intervento molto efficace è la nutrizione fogliare essa si attua
nebulizzando una data soluzione nutritizia sulle foglie del bonsai; se la diagnosi risulta esatta e la terapia indovinata, si noteranno in poco tempo dei sensibili miglioramenti ed il trattamento potrà essere ripetuto ogni due settimane fino a completa guarigione.

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